Laura Mancinelli.
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I tre cavalieri del Graal.
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1981 e 1995 Giulio Einaudi Editore, TORINO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Guidati dai saggi consigli del Mago Merlino, tre cavalieri molto diversi tra loro partono alla ricerca del Santo Graal: Galvano  attratto irresistibilmente dall'amore, Perceval tende al rigore mistico, Galaad  uomo di accese fantasie. Dopo tante avventure, si ritroveranno in un castello per raccontare le loro imprese, e offrirsi al giudizio di una sorta di tribunale che dovr decidere chi tra loro sar degno di diventare il re del Graal, il regno della bont e della giustizia.
Cos, uno dei grandi miti della cultura dell'Occidente cristiano viene rivisitato con garbo sorridente, e diventa un invito ad abbandonarsi ai piaceri della fantasia, alla seduzione degli intrecci e alle raffinate atmosfere della vita di Corte.
Studiosa del mondo medievale, Laura Mancinelli si  ispirata alle leggende cavalleresche per reinventarle liberamente in un racconto destinato ai lettori di tutte le et.
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L'AUTRICE.
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Laura Mancinelli (Udine 18 dicembre 1933, Torino 7 luglio 2006), dopo un soggiorno di quattro anni a Rovereto dove visse la prima infanzia, la famiglia si trasfer a Torino.  
Figlia di un impiegato della Banca dItalia e di una insegnante di matematica delle Superiori, consegu la maturit al liceo classico "Cavour" di Torino. 
All'Universit di Torino, dove conobbe Claudio Magris, studi letteratura tedesca con il professor Leonello Vincenti. 
Si laure nel 1956 in lettere moderne con una tesi dal titolo Conrad Ferdinand Meyer, poeta epico lirico. Negli anni seguenti il dottorato insegn per tredici anni nella scuola media, continuando sempre a interessarsi e a lavorare sulla cultura tedesca medievale. Negli anni settanta lasci la scuola media per insegnare filologia germanica all'Universit di Sassari, dove conobbe il collega ispanista Cesare Acutis. A Sassari si ferm due anni poi, chiamata a Venezia dal germanista Ladislao Mittner, nel 1976 ottenne la cattedra di storia della lingua tedesca all'Universit Ca' Foscari. Nellanno accademico 1980-1981 fece ritorno a Torino e alla sua cattedra di filologia germanica che tenne fino al 1994. 
E' stata una germanista, medievista, traduttrice e scrittrice italiana, ha scritto numerosi saggi di storia medievale e romanzi storici. 
Ha pubblicato presso Einaudi: Il messaggio razionale dell'avanguardia, I dodici abati di Challant, Il fantasma di Mozart, Il miracolo di santa Odilia, Gli occhi
dell'imperatore, I tre cavalieri del Graal, Raskolnikov, Il mistero della sedia a rotelle, Killer presunto e Persecuzione infernale, (questi ultimi costituendo tre episodi dei Casi del capitano Flores), Il principe scalzo.
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I tre cavalieri del Graal.
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1.
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Sul monte Pirchiriano.
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- Perch, Fioralba, hai interrotto la lettura? - chiese la contessa Marta alla fanciulla che leggeva da un gran libro mentre un'altra l'accompagnava col suono del liuto.
- Mi par d'aver udito il galoppo d'un destriero, madre, un galoppo che s'avvicina... - e tutta eccitata guardava verso l'alta finestra. -  un solo cavallo, quindi non  il signor padre.
- Certo, non  il signor conte, che torner solo tra qualche giorno, figliola, e tu speri che sia un bel cavaliere... - disse ammiccando la contessa.
La fanciulla si scherm: - Non voglio dir questo, madre. Ma certo  qualcuno che giunge al castello, e che noi non attendiamo...
Guard un attimo, esitante, la madre poi si precipit ad affacciarsi alla finestra. Era veramente un cavaliere tutto armato d'armi splendenti, con l'elmo in testa e la celata alzata. Fioralba aguzz la vista per vedergli gli occhi, se erano azzurri oppure scuri: era sempre la prima cosa che la incuriosiva. Ma era troppo lontana e non riusc a scorgerli.
Intanto gi accorrevano i servi della guardia, ma il cavaliere smont agilmente senza attendere aiuto. Fioralba sorrise: doveva essere un giovanotto. Gli tolsero l'elmo e apparvero capelli biondo scuri, piuttosto lunghi.
- E allora, Fioralba, - sua madre le teneva un braccio intorno alle spalle, - ti piace il giovanotto?
- Abbastanza, madre. Ma non riesco ancora a vedere i suoi occhi.
- Questa sera lo inviteremo alla nostra tavola, bench il padre non ci sia. Ma avremo sempre il nostro siniscalco e il cappellano. Mi raccomando, non guardare troppo lo sconosciuto. Comportati bene.
- Non dubitate, mi comporter benissimo. Ah, ora vedo! Ha gli occhi scuri.
Quando il nuovo venuto, liberato dalle armi, lavato e rivestito, fu introdotto al cospetto delle dame, apparve subito un bel giovane, dallo sguardo ardente negli occhi scuri, elegante nella persona, dal sorriso franco e disinvolto. Si inchin alla contessa e le baci la mano: - Vi ringrazio di avermi accolto nella vostra casa, e vi confesso che avevo gran bisogno di un tetto. Vengo da terre lontane: il mio nome  Galvano.
- Siamo onorati di accogliervi, Galvano; conosco per fama il vostro nome e il gran valore. Le vostre imprese corrono il mondo. Mi spiace che non sia qui il conte mio marito, che torner tra qualche giorno. Ma siete mio ospite per tutto il tempo che vorrete.
- Grazie, contessa. Se permettete attender che giungano su questo monte i miei compagni di avventura, che partirono con me, ma presero altre strade. Vi narrer, se vorrete, la nostra storia.
- Dopo che ci saremo tutti rifocillati, e voi soprattutto, che avete a lungo cavalcato. Prender con noi a corte la mia figliola, che di belle storie d'avventura  molto ghiotta. Ecco Fioralba, - e cos dicendo presentava al cavaliere la fanciulla, che riceveva da lui, cortesemente, il saluto.
Poi la contessa prese per mano il cavaliere e, seguita dai signori della corte, lo condusse dove erano stati preparati i tavoli per la cena, su una terrazza, ch il tempo d'estate era caldo e il cielo sereno nel crepuscolo dorato. La valle della Dora, che digradava dolce e verdissima di boschi e di coltivi, consolava gli occhi a chi guardava. Ma ancor pi bello spettacolo era il tavolo coperto di una candida tovaglia su cui spiccavano tra mazzi di fiordalisi i grandi pani segnati da una croce e cesti di verdure freschissime e, frutti della prima estate, piccoli mucchi di ciliegie in grandi foglie di vite. Vennero i servi portando caldi dal forno galletti arrostiti e schidionate di piccioni, avvolti in croccanti fette di prosciutto. E mentre tutti mangiavano quelle carni accompagnandole con tenere foglie di lattuga e amarognoli radicchi, e il coppiere riempiva i calici di dorato vino di quei colli, un cantore recitava accompagnandosi al liuto alcune avventure dell'amoroso Tristano e della sua Isotta.
La luna era salita silenziosa nel cielo quando, essendo tutti ormai sazi, furono tolti i tavoli. Allora la contessa preg Galvano di raccontare la sua storia.
- Siamo partiti in tre dalla corte di Art, che voi forse sapete esser mio zio, per correre la pi grande avventura che alcuno abbia mai corso. Partirono con me Perceval e Galaad. Chi  Perceval, figlio di re Gahmuret, certamente sapete. Di Galaad vi dir, perch la sua nascita, bench nobilissima,  oscura. Egli  figlio del prode Lancillotto. Ma la madre  misteriosa: egli non l'ha mai conosciuta. Molti antichi scritti venuti dall'Egitto dicevano che Lancillotto doveva generare questo figlio, che sarebbe stato forte e leale e di purissimo cuore, s da superare il padre stesso, che pure  lo specchio di tutte le virt.
- Sono vostri amici, dunque, Perceval e Galaad, - chiese la contessa, - dal momento che partiste insieme in cerca d'avventura?
- Amici s, signora. Ma non partimmo di nostra iniziativa: il mago Merlino lesse nelle scritture antiche che tutti e tre dovevamo partire insieme per questa avventura, e procedere uniti finch non fossimo giunti a un trivio: l ognuno di noi doveva prendere una strada diversa, e affrontare da solo ogni avventura, per ritrovarci poi qui, sulle pendici di questo monte che ha nome Pirchiriano e che  sede di molte forze misteriose. Di qui saremmo indi partiti per l'ultima avventura, quella che coroner la nostra vita, la ricerca del Santo Graal.
Cos dicendo Galvano sollev il calice e, guardando in volto quelli che, seduti attorno a lui, ascoltavano le sue parole: - Bevo, - disse -, alla coppa che raccolse il sangue di Cristo in croce, e che il migliore di noi trover e offrir alla venerazione del mondo -. E bevve imitato da tutti gli altri, che contemporaneamente sollevarono il loro calice.
Solo la fanciulla Fioralba, per essere troppo giovane, non aveva un calice in cui fosse stato versato vino, e guard la madre con occhi interrogativi, sussurrando:
- E io che cosa bevo?
- Tu bevi dal mio calice, - disse sottovoce la madre porgendole il suo bicchiere, - e sarebbe ora che tu andassi a dormire.
- Oh no, madre. Vi prego, lasciate che ascolti. Questa storia mi piace moltissimo.
Il loro sussurrare fu coperto dalla chiara voce di Galvano, che aveva ripreso il suo racconto.

2.

Il racconto di Galvano
- Seguendo le indicazioni che Merlino aveva letto nei libri segreti, iniziammo il nostro viaggio verso levante, verso il nascere del sole. Avevamo tutti le nostre armature, ma non la spada. Merlino aveva detto che dovevamo partire disarmati e che ciascuno di noi avrebbe trovato lungo la via quella che il destino gli aveva assegnata. Nessuno di noi aveva mai conosciuto la paura, ma quando la nostra strada s'inoltr nel folto dei boschi dei Pirenei, che sapevamo popolati di briganti, procedemmo con molta cautela: come avremmo potuto difenderci senza spada se ci avessero assaliti? Decidemmo di procedere fino al calar del sole, e di cercare un rifugio sicuro per la notte.
Tutto and secondo i nostri desideri, non facemmo incontri pericolosi, finch all'imbrunire vedemmo in cima a un colle un piccolo castello circondato da alte mura. Tutti ci rallegrammo, ma fu per breve tempo.  pur vero che molte belle fanciulle si affacciavano dagli spalti delle mura, ma tutte piangevano e tendevano a noi le mani come a salvatori: e salvezza chiedevano, porgendo le mani incatenate.
Smontati da cavallo, girammo intorno alle mura silenziosi e nascosti, finch giungemmo a un bel pozzo, accanto al quale sedeva, tutto armato, un guerriero.
- Fratelli, - dissi ai miei compagni, - qui conquisto la mia spada - e mi avvicinai allo scoperto chiedendo al guerriero ospitalit e sicurezza. Quello rise beffardo vedendomi disarmato, e disse:
- Vieni a prenderla, bel guerriero, l'ospitalit del castello. Io son qui a custodirla come m'impone il mio signore. Vieni a prenderla dalla mia spada -. E la sguain dal fodero avvicinandosi minaccioso. Non avevo scelta; dovevo accettare la battaglia a mani nude. Il custode guerriero spicc la corsa verso di me sicuro di aver presto partita vinta, men un gran fendente per tagliarmi la testa con tutto l'elmo, ma con rapida mossa schivai quel suo colpo micidiale. Trascinato dall'impeto mi aveva superato voltandomi le spalle, e io da dietro lo afferrai sollevandolo da terra e stringendolo tanto da togliergli il fiato. Invano quello roteava la spada minacciando, ch essendo io dietro di lui non poteva ferirmi. Raccogliendo tutte le mie forze lo sbattei al suolo l dove era pi roccioso e calcai col piede la sua schiena per impedirgli ogni movimento, poi gli torsi il braccio destro all'indietro finch dalla mano dolorante la spada cadde al suolo. Cos mi impadronii dell'arma. Con quella lo minacciai e lo costrinsi ad arrendersi, dichiararsi vinto e giurarmi fedelt.
Allora sopraggiunsero i miei compagni, che solo per cortesia non avevano partecipato alla lotta, ch mai si devono scontrare con uno solo pi avversari: e tutti dissero che mi ero guadagnato la mia spada. Ordinammo al guerriero sconfitto di introdurci nel castello e rivelarci il mistero delle fanciulle prigioniere. Ed egli raccont che padrone del castello era un nobile bandito, il conte Urgan, il quale si era circondato di una folta schiera di cavalieri disperati, senza terra e senza pane, con i quali compiva scorrerie in tutta la regione, assaliva castelli e villaggi e rapiva tutte le fanciulle, nobili o contadine purch fossero belle. Le teneva prigioniere nel castello, e quando raggiungevano un certo numero le caricava su una nave e le portava a vendere in terra dei mori, dove le fanciulle bianche erano merce pregiata per gli harem dei califfi. In quei giorni il conte Urgan era lontano con i suoi uomini per far razzia e completare il carico per la prossima nave. Lui solo era rimasto come custode; io e i miei compagni liberammo le fanciulle e le accompagnammo fino al pi vicino convento dove furono accolte per essere poi riportate alle loro dimore. Il custode abbandon il castello e si diede alla fuga dicendo che il conte Urgan lo avrebbe certamente ucciso se, tornando, avesse scoperto che aveva lasciato fuggire il suo prezioso bottino. Purtroppo avevamo una sola spada, la mia, e non potevamo affrontare una schiera di armati quale doveva essere quella del bandito e dei suoi cavalieri disperati. Ma il nostro desiderio sarebbe stato di attendere il ritorno e distruggerli tutti per liberare il mondo da quella piaga.
Decidemmo che, se si fosse data l'occasione di ripassare per quei luoghi, avremmo portato a termine l'impresa.
Continuammo il cammino per la nostra strada, seguendo gli insegnamenti di Merlino, e non incontrammo altre avventure. Unica fatica fu superare una catena di montagne seguendo un sentiero che correva tra aspre pareti rocciose, dove non vedemmo esseri umani, bens animali che curiosamente ci guardavano dall'alto delle rocce. Scoiattoli e altri piccoli animali ci seguivano saltellando sul sentiero, mentre gazze e quaglie si levavano starnazzando dai loro bassi nidi al nostro avvicinarsi.
Al vedere tutti quegli animali cominciai a sentire un certo appetito.
- Non mi spiacerebbe, amici, - dissi, - di avere una di quelle quaglie arrostite. E voi?
- Troppe piume, - disse Perceval, - e troppo poca carne.
Dovetti convenire che aveva ragione. - Preferirei, - aggiunse, - una di quelle lepri rossicce che ci guardano tra i cespugli.
- Povere bestiole! - disse Galaad, che di noi tre era il pi tenero di cuore e il pi fanciullo.
- Vi faccio presente, amico Galaad, - dissi molto severamente, - che del pane e cacio che ci siamo portati non rimangon che le croste. Io non so del vostro appetito, ma del mio so che  grande e robusto. E non sono neppure un eremita, che debba cibarmi di bacche e di locuste.
- Qui, nei Pirenei, le locuste non ci sono, - disse Galaad, che oltre a essere tenero di cuore e molto fanciullo, era anche serio e un po' pignolo.
- Ma se volessimo prendere una lepre, o anche due, - intervenne Perceval, che evidentemente cominciava a sentire i morsi della fame, - come facciamo? Non mi risulta che le lepri si uccidano con la spada.
- E se provassi come col custode del conte Urgan? - chiesi io. - Il difficile sarebbe riuscire ad acchiapparla. Quelle scappano -. Cos dicendo, avevo visto una lepre che stava ferma sul sentiero, affascinata forse dagli occhi azzurri di Galaad. Smontai da cavallo e con mossa fulminea le fui addosso. L'avevo presa! Era nostra! Potevo strangolarla e avremmo avuto arrosto di lepre a pranzo! Stavo per rialzarmi quando un colpo in testa mi tramort.
Caddi con la faccia a terra e sentii la lepre sgusciarmi tra le mani con un guizzo.
Mi alzai dopo un attimo di stordimento e vidi Galaad alle mie spalle tutto sorridente.
- Imbecille! - gridai, cercando di mollargli una sberla. Ma quello era gi lontano, e gridava:
- Vergognati, voler mangiare un animale che potrebbe essere tuo fratello!
- Mai saputo che una lepre sia mio fratello, - gli urlai, - e se mai potrebbe essere mia sorella!
Ero cos arrabbiato che presi la mia bisaccia quasi vuota, tirai fuori pane e cacio, secchi ormai tutti e due, e cominciai a rosicchiare quei poveri resti, magri sostituti di una lepre arrosto. Fu allora che avvenne il primo prodigio della nostra avventura.
Guardavo verso il punto in cui Galaad era sparito fuggendo la mia ira, e gli gridavo dietro alcune mie riflessioni sulla differenza che passa tra un pranzo di lepre arrosto e uno di croste di formaggio, quando vidi spuntare sulla cima di un dosso una bella contadina che guidava un mulo ai cui fianchi pendevano due ceste rigonfie. Io non sapevo se guardare il bel viso roseo della contadina o le ceste gonfie del mulo, che lasciavano presagire contenuti alimentari. La mia fantasia affamata si poneva mille domande su quei contenuti, e le risposte andavano dalle pi ottimistiche, vale a dire prosciutto, pane fresco, salsicce, alle pi modeste, schiacciata di miglio e fichi secchi.
Confesso che pregai Dio di voler soddisfare le mie richieste pi ardite, promettendogli in cambio la sincera contrizione del mio animo per tutti i peccati commessi e da commettere. Intanto la bella contadina s'era avvicinata, tanto che io, aguzzando il naso, gi cercavo di cogliere i primi presagi del prossimo pranzo.
- Che cosa mi date, bel signore, per il contenuto delle mie ceste? - fu il saluto della contadina.
- Non ho nulla, - risposi allargando desolato le braccia. - Ma un bacio, quello s, posso darvelo, anche senza controllare il contenuto delle ceste, accontentandomi dell'odore...
Cos dicendo le presi il bel viso e premetti le mie labbra sulle sue. Fu proprio mentre cercavo di prolungare quel freschissimo bacio che scorsi i miei due compagni, che avevano proseguito il cammino lasciandomi indietro da solo, loro, i puri di cuore, i protettori delle lepri, ricomparire in cima al dosso, attirati, evidentemente, dalle ceste della contadina.
-  una faccenda privata, - gridai loro pieno di rabbia, - potete anche andarvene e lasciarmi solo, come avete fatto prima -. Li vidi fermarsi indecisi; era chiaro che aspettavano lo sviluppo della vicenda.
- Questo per sentire il profumo, - disse la contadina aprendo una cesta da cui usciva un delizioso sentore di arrosto di capretto. - Qualcosa di meglio per mangiare.
Mi illuminai tutto pensando che volesse approfondire la nostra conoscenza con esperienze pi intime, e gi pregustavo dolcissimi... Ma dovetti accorgermi subito che mirava a uno dei bottoni d'oro della mia giubba di velluto. Allung una tenera manina, mi afferr il bottone e me lo lev con uno strattone. Se lo mise in seno, e depose la cesta da cui usciva il profumo d'arrosto. Apparve infatti, avvolto in foglie di vite, un cosciotto di capretto rosolato alla perfezione, poi un pane bianco appena sfornato, ancor tutto croccante, e una fiasca di vino.
-  tutto per voi, mio signore, - disse la contadinella, e riappesa al mulo la cesta vuota, fece un inchino e se ne and.
Mentre lei si allontanava, i due compari, indegni traditori, si avvicinavano silenziosi, con fare svagato. Ma sapevo benissimo quali erano le loro intenzioni. Raccolsi un sasso e feci l'atto di scagliarlo:
- Ce n' appena per me! - gridai. - Sci, fuori dai piedi, infami traditori, per i quali valgo meno di una lepre.
- Suvvia, - disse Perceval, - appena un pezzo di pane o un boccone di pelle, o l'osso da spolpare.
- Vi saremo riconoscenti in eterno, amico Galvano, se ci lascerete partecipare, anche in piccola misura, al vostro pasto, fratello - disse Galaad, quell'ipocrita, anima venduta. Ma tant', se non avessi dato loro da mangiare, quei due se lo sarebbero preso con la forza, e magari la parte migliore.
- Proprio perch sono troppo tenero di cuore, - dissi sospirando, - venite e prendete la parte che vi offro, anche se non ve lo meritate. E vi prego di notare che questo pasto mi  costato un bottone d'oro della mia giubba.
Cos dicendo con un mio pugnaletto avevo tagliato la parte pi polposa del cosciotto e porgevo loro il rimanente, molto pi grosso a vedersi, ma con l'osso. Stappavo la fiasca, mi bevevo un bel sorso, e la passavo a loro dicendo:
- Bevete anche voi, ch il mio tenero cuore vede in voi dei fratelli, degeneri, ma pur sempre fratelli. E servitevi di pane. E quando sar morto ricordatevi di pregare per l'anima mia.
I due si misero a ridere con la bocca piena di carne e dimezzando con un sorso la fiasca brindarono alla mia salvezza eterna.
Riprendemmo il cammino allegri e satolli: la fame ci aveva fatto litigare; il cosciotto di capretto ci aveva fatto far pace.
- La prossima cena la procurer Perceval, - dissi, - oppure si digiuna -. E intonai una canzone francese che avevo imparato da bambino. La cantava la mia balia e parlava di amori agresti: Bel signore che passasti sulla strada del mio pozzo, e dell'acqua mi chiedesti per bagnare le tue labbra, bella bocca che sorrise nel baciarmi quando gi nella staffa avevi un piede per partire...
Salimmo a cavallo e lietamente cantando riprendemmo la strada che dalla montagna scendeva verso le valli di Francia.
- Pensate che da un momento all'altro potremmo trovare il trivio in cui dovremo separarci, - disse Perceval, - e allora addio bella compagnia!
- Magari l'avessimo trovato prima di incontrare la contadinella, - dissi motteggiando, - ch mi sarei mangiato il cosciotto tutto da solo!
- Ingordo! E poi ti avrebbe fatto male, - ribatt Perceval, - non credere che non ci siamo accorti che a noi hai dato tutto l'osso!
- E chi l'aveva pagato il cosciotto? Con un bottone della giubba?
- E con un bacio... - aggiunse Perceval malizioso, - non credere che non ti abbiamo veduto.
- Felloni e spioni, dunque. Ecco che cosa siete. E io che vi nutro col mio sangue...
- Con un bottone della giubba, prego, - intervenne Perceval.
- Benone, il prossimo pranzo lo procuri tu, Perceval, siamo chiari?
- Certo, e vuoi vedere che a me basta un bacio e non avr bisogno di dar via bottoni?
- Evviva! Vorr vederti baciare la prima persona che incontriamo, anche se  una vecchia strega o un montanaro cisposo -. E in cuor mio pensavo quanto mi sarebbe piaciuto che accaddesse proprio cos. - Giura che lo farai!
E Perceval disse: - Lo giuro.
Devo avere un certo credito l dove si preparano i destini degli uomini, perch il sole era tramontato e gi la fame tornava a stuzzicarci lo stomaco quando vedemmo una figurina avanzare verso di noi curva sotto il peso di una gerla. Quando le fummo vicini vedemmo che era una vecchietta grinzosa che ci sorrideva da una gran bocca sdentata. Prevedendo che Perceval avrebbe tentato la fuga, gli sbarrai il sentiero con il mio cavallo e gli dissi perentorio:
- Ricordati che hai giurato.
- Fratello, abbi piet di me! Facciamo per la prossima volta...
- Non si manca a un giuramento. E poi chiss che delizie tiene la vecchia in quella gerla.
- Sono sterpi per accendere il fuoco, li vedo benissimo.
- Sterpi o non sterpi, tu la baci, o io far sapere a tutti i cavalieri di re Art che sei uno spergiuro.
Mi guard con sguardo d'odio, scese di cavallo e si avvicin alla vecchietta che pareva aspettarlo.
- Buonasera, nonna, - disse Perceval con il suo pi bel sorriso, - che cosa porti nella gerla?
- Sei troppo curioso, bel cavaliere. Che cosa mi dai perch te lo dica?
- Non ho nulla, nonnina. Ma posso darti un bacio, se vuoi.
- Certo che lo voglio, bel cavaliere, - e cos dicendo porgeva le labbra vizze sul mento appuntito.
Perceval si avvicin a lei e dandomi un'occhiata velenosa porse le labbra al bacio. Che non fu n frigido n breve.
Io ridevo in cuor mio e Perceval mi fulminava con occhi avvelenati. Quando le labbra della vecchia lo lasciarono libero, trasse un sospiro e chiese:
- Che porti, nonnina, nella gerla?
- Sterpi, figliolo, sterpi raccolti nel bosco per accendere il fuoco e farmi un poco di minestra.
- Hai visto! - grid verso di me Perceval furente, - adesso te li far mangiare quegli sterpi!
Ma la vecchia disse:
- Calmati, bel cavaliere. Al mondo non contano solo le cose da mangiare. Ci sono anche le parole, non scordarlo!
- Le parole? Quali parole, nonnina? - chiese Perceval tutto incuriosito.
- Quelle che io ti dir, bel cavaliere. Vedo che non hai spada. Se vuoi tentar la prova, ti dir dove puoi trovarne una. C' una radura in mezzo al querceto che vedi laggi, nella valle. In mezzo alla radura c' una roccia. Nella roccia sta infitta una spada, la pi bella che mai si sia vista. Ma c' un solo cavaliere al mondo che  destinato a trarla di l. Molti ci si sono provati, venuti da tutte le parti della terra abitata: cristiani, mori, ungari e persiani. Nessuno ha mai potuto estrarla, bench fortissimi fossero tutti quei cavalieri, e nobilissimi e arditi. Questa parola io ti regalo per il bacio che mi hai dato: vai laggi e prova la tua ventura.
Dette queste parole, la vecchia scomparve al nostro sguardo, come per magia. Rimanemmo ammutoliti, guardandoci negli occhi l'un l'altro. Tuttavia partimmo alla volta del querceto, senza parlare, senza motteggiare, tanta era la meraviglia che ancora ci riempiva il cuore per il suono di quelle parole misteriose.
Gi era scesa la sera e il bosco ci appariva come una macchia scura fitta di alberi alti e frondosi. Ci avvicinammo in quella direzione, con cuore incerto, come chi non sa a che cosa vada incontro e tema il sopraggiungere della notte. Ma quando ci fummo inoltrati, e gi disperavamo di poter raggiungere la radura di cui aveva parlato la fata - poich una fata doveva essere la vecchina - scorgemmo tralucere fra i tronchi una specie di fiamma viva. Seguendo quella luminosit ci trovammo all'improvviso ai margini della radura che cercavamo. Allora si accrebbe la nostra meraviglia, perch quel gran fascio di luce e fuoco sorgeva dal centro della radura, da una fonte misteriosa celata al nostro sguardo. Era una luce, signori, - disse Galvano rivolto a quelli che lo ascoltavano, - come d'un gran fuoco ardente, e non come quello della placida luna che ora brilla alta su di noi. E qui, se permettete, vorrei interrompere il mio racconto, perch lungo  stato il mio viaggio, e corpo e mente cercano riposo. Se voi vorrete, domani sera, continuer con le nostre avventure.
I signori della corte, e la contessa Marta innanzi a tutti, furono d'accordo che si andasse a dormire. L'unica che lev una debole protesta fu la fanciulla Fioralba che, mentre tutti si alzavano, era rimasta inchiodata alla sedia, col mento tra le mani appoggiate sul tavolo, e gli occhi fissi sulla bella figura del cavaliere, che maestoso s'alzava e inchinandosi a lei, disse:
- E voi, bella fanciulla, non avete sonno?
- Neanche un po', - rispose Fioralba -. Ma gi sua madre la prendeva per un braccio e la trascinava dolcemente nella sua camera.

3.

L'avventura di Perceval
Tutti si ritrovarono al tramonto sulla bella terrazza, ove cenavano lietamente con molta dovizia di buoni cibi e ottime bevande. Solo Fioralba mangi poco e in fretta, e pareva voler anticipare la fine del pasto, e cos aiut persino le fantesche a togliere le tovaglie. Non lo aveva mai fatto. Tanta era la fretta di udire il seguito della storia.
Finalmente, sorseggiando vino dal suo calice, Galvano riprese a raccontare.
Poi che fummo rimasti qualche minuto abbagliati da quel fiero chiarore, scendemmo tutti lentamente verso il centro della radura, verso il luogo da cui proveniva quella luce che quasi ci accecava. Ci avvicinammo riparandoci gli occhi con la mano, ma tale era la forza di quel bagliore che io dovetti arrestarmi a qualche passo di distanza e vidi che anche Galaad si fermava. Vedemmo allora che la luce proveniva da un gran fuoco che circondava una roccia. Mentre noi guardavamo attoniti, Perceval avanz verso il fuoco.
Vidi che allungava una mano per toccarlo, e gridai:
- Attento! Bada che ti bruci!
Ma non mi ud o non mi volle udire. Stese la mano su quella pietra in mezzo alle fiamme, e il fuoco si spense e con lui la gran luce.
Allora mi fu chiaro che quella avventura era riservata a Perceval, solo a lui era consentito non aver paura del fuoco che circondava la pietra e spegnerlo col solo tocco della mano. Galaad si avvicin a me, e guardammo insieme, muti, il cavaliere che scendeva di cavallo e si avvicinava al masso che prima era circondato dal fuoco. Qualcosa scintill nel fianco della roccia: era una spada, lunga e bella, la pi bella che avessi mai visto.
Perceval la prese con la destra e senza nessuno sforzo la trasse a s. Si volt verso di noi levando alta la sua spada dalla lama lucente, la spada che il destino gli aveva assegnata. Gli corremmo incontro e lo abbracciammo.
E da quel giorno Perceval cambi carattere. Non era pi il ragazzo allegro e spensierato che tanto mi piaceva, ma divenne serio come se in un attimo fossero passati molti anni della sua vita. Se ne stava spesso appartato a meditare, amava i luoghi isolati e quando trovava una chiesa o una cappella si inginocchiava a pregare. Io non lo riconoscevo pi, e mi sentivo terribilmente solo, soprattutto la sera, quando stanchi di cavalcare, ce ne andavamo al piccolo trotto in cerca di un alloggio per la notte.
Allora eravamo soliti raccontarci le nostre avventure e scacciare cos la malinconia. Galaad, che era sempre stato silenzioso ed era ancora molto giovane, ascoltava le nostre chiacchiere, e la strada passava sotto gli zoccoli dei cavalli, finch un lume ci rivelava di lontano una capanna, o un castello, dove potevamo trovare ospitalit. Ora cavalcavo con i miei compagni in silenzio, e i pensieri mi si affollavano alla mente e, pensate un po' amici miei, rischiavo di diventare serio come un filosofo. Finalmente, dopo alcuni giorni di noioso viaggiare sempre verso oriente, le montagne restarono alle nostre spalle, e ci addentrammo in una serie di bei colli dove la foresta lasciava spazio ogni tanto a fiorenti colture di mele. Per fortuna era il tempo in cui cominciavano a maturare, e io consolavo la mia malinconia cogliendo dai rami, senza smontare da cavallo, una mela dopo l'altra, e morsicandola con molto piacere. Ma avevo voglia di chiacchiere, di risate, e soprattutto di avventure.
E una bellissima ci si present, quando giungemmo a un castello che sorgeva sulla cima di uno di quei colli. Vi abitava una dama solitaria con la sua corte. Ci ospit con molta ricchezza, ci offr uno splendido banchetto di lepri e fagiani e altre carni, e poi tra i discorsi che si fanno a tavola dopo mangiato ci propose un indovinello. Fece portare una bella tavola di pietra sulla quale erano incise queste parole:
Sine sole sileo.
- Chi sapr spiegare il senso della scritta, - disse, - potr scegliere un premio: o una delle fanciulle della mia corte come sposa, o un libro di vite di santi tutto ornato di miniature.
Credo che mi sian brillati gli occhi, perch avevo visto nel seguito della dama molte belle fanciulle, e una mi aveva particolarmente colpito, perch aveva occhi verdi assai luminosi e una lunga treccia color castano che tendeva al biondo. Decisi di risolvere l'indovinello e vincere la gara, per avere in sposa quella bella fanciulla che molto mi piaceva. Cominciai a pensare, scavando con la mente nelle cose studiate da fanciullo, e ogni tanto guardavo i miei compagni che, silenziosi, rivolgevano nel pensiero le parole misteriose. E spiavo l'espressione del loro volto per capire se stavano giungendo alla soluzione o se, come me, navigavano nel buio. Infatti, per quanto facessi lavorare il cervello, non trovavo a quelle parole nessun senso. Eppure volevo vincere la gara, perch la fanciulla dalla treccia castana mi aveva ferito profondamente nel cuore. E mi pareva che anche lei mi guardasse con qualche simpatia. Ma proprio questo, ahim, mi distraeva, e non riuscivo a fissare il pensiero nelle parole arcane.
A un tratto vidi Perceval alzare il capo, lento e composto, dalla sua meditazione:
- Credo, signora, - disse, - che quelle parole sian dette dallo gnomone di una meridiana.
Lo guardai stupito: di che gnomone parlava? Ma la castellana, tutta sorridente, gli disse:
- Perceval, avete vinto la gara. Quelle parole stanno scritte su una meridiana e voglion dire che lo gnomone non segna l'ora con la sua ombra, e quindi silet, quando il sole non c'.
D'un tratto capii il senso di quel latino, che pure avevo tradotto esattamente: senza sole taccio; ma non avevo capito a chi si adattasse quella frase.
- Perceval, avete vinto, - dissi senza rancore, ma con molta tristezza nella voce. La bella fanciulla dalla treccia castana non sarebbe stata mia sposa. Ma quale fu la delusione quando l'amico scelse il premio!
- Che cosa scegliete, Perceval, - chiese la castellana, - una delle mie damigelle o questo libro che sta aperto su quel leggio?
Perceval s'alz e si avvicin al leggio, sfogli qualche pagina, e disse:
- Col vostro permesso, signora, scelgo questo libro.
Se non fossi stato seduto, sarei crollato al suolo per la meraviglia: riuscii a sussurrargli: - Ma che cosa hai in testa al posto degli occhi? Uova sode? - Mi guard con l'aria di non avermi udito, e prese dalle mani della dama il libro miniato di vite di santi.
- Va be', affari suoi, - mi dissi. Tanto io non avevo vinto la gara. Ma tutta la notte sognai quella fanciulla dalla treccia dorata.
Quando al mattino ripartimmo, al momento di congedarci dalla castellana, io chiesi che, per la sua bont, mi concedesse di salutare la damigella, ed ella acconsent di buon grado, forse vedendo i miei occhi malinconici, e ci lasci soli qualche piccolo minuto.
- Damigella, - dissi alla bella fanciulla, - se avessi vinto io la gara, avrei scelto voi come sposa.
- E io ne sarai stata contenta, - disse lei abbassando gli occhi al suolo.
Allora le presi la testa tra le mani e la baciai sulla bocca. Poi partimmo in cerca dell'avventura che doveva toccare a Galaad.

4.

L'avventura di Galaad
Un temporale estivo costrinse quella sera la contessa e tutta la sua gente a cenare nella gran sala del castello, dove nel camino ardeva un allegro fuoco di legna scoppiettante.
Tutti eran seduti a loro agio in grandi scanni coperti di pellicce, e forse solo la fanciulla Fioralba rimpiangeva il raggio trasparente della luna. Dopo la cena fu servito vino caldo speziato e cos, sorseggiando quella bevanda ristoratrice, la contessa preg Galvano di proseguire il suo racconto.
L'avventura di Galaad, - cominci Galvano, -  certo la pi meravigliosa di tutte le nostre avventure, poich egli si conquist la sua spada nel pi insolito dei modi. Sentirete, signori miei, qualcosa che certamente vi dester meraviglia.
Le colline delle Cevennes digradavano in una bella pianura percorsa da molti fiumi che scendevano al mare. Io guardavo con piacere le grandi foreste di querce cedere a coltivazioni di frutti dove meli e peri si mescolavano ai mandorli dalle belle chiome e ai ridenti melograni.
Comparvero poi gli ulivi, e a me pareva di sentire nelle narici l'odore del mare e questo mi riempiva di gioia.
- Sentite anche voi, compagni, l'odore salso del mare?
Perceval mi guard senza capire: doveva essere immerso nelle sue meditazioni mistiche, forse inseguiva il cavallo di san Giorgio che andava a uccidere il drago, o il volo di san Brandano, il monaco benedettino che fece un viaggio nel regno dell'oltretomba. Come amico, era definitivamente perduto.
Galaad mi guard con i suoi grandi occhi azzurri da adolescente e mi disse:
- Credete... Galvano, che sia prossimo a conquistarmi la mia spada?
Capii che non aveva in mente che quel pensiero, e che nulla lo avrebbe distolto da esso. Mi augurai che trovasse presto la sua spada e ritornasse nel mondo della realt. Almeno lui. Non mi rest che gustarmi in silenzio il profumo del mare, vero o immaginario che fosse.
Dopo qualche giorno di viaggio silenzioso con i miei compagni che parevano incantati, tutti immersi nei loro pensieri, vedemmo che nella pianura si allargavano frequenti acquitrini d'un bel colore tra l'azzurro e il verde. La campagna, in cui le colture s'erano andate diradando fino a scomparire, appariva ora selvaggia e tuttavia bellissima, perch agli specchi d'acqua s'alternavano chiazze verdi di mirti e viola di grandi eriche fiorite. Cavalli selvaggi si vedevano fuggire sul nostro sentiero, che s'era fatto sottile e talvolta scompariva tra gli arbusti e gli acquitrini.
Conoscevo quella pianura che i provenzali chiamano Camargue, e sapevo quanto fosse pericolosa, come sono pericolose tutte le terre paludose. Pericolosa perch mirti ed eriche spesso coprivano larghe pozze d'acqua, perch alla sera saliva da quelle acque un vapore denso, che toglieva ogni vista, e soprattutto perch i miei due compagni incantati cavalcavano senza dirigere la cavalcatura, anzi lasciandosi guidare da lei. A un certo punto vedendo Perceval che s'era fermato come imbambolato a guardare la sua immagine riflessa nell'acqua, ritenni di dover prendere la guida del piccolo gruppo:
- Compagni miei, - dissi, - vedo che siete vittima di un maleficio. Qualche fata o negromante deve avervi tolto il ben dell'intelletto. Abbiate quindi la bont di mettervi dietro di me e seguire i miei passi. E che Dio ci accompagni.
Poi vedendo che il mio cortese discorso non li aveva riscossi dal loro fantasticare e continuavano a procedere come dei sonnambuli, gridai:
- O voi, imbambolati! Che vi venga un accidente! Volete mettervi dietro di me e seguirmi passo passo? Altrimenti vi giuro sulla mia testa, che  la cosa pi preziosa che ho, che non vengo a tirarvi fuori dagli acquitrini e vi lascio annegare senza batter ciglio.
Questa orazione spicciola, sottolineata da un paio di piattonate che mollai a ciascuno dei due, li risvegli e finalmente si decisero a seguirmi.
Desti o addormentati che fossero, i cavalli li portavano sul terreno resistente che io sceglievo con ogni attenzione aiutato dal mio buon cavallo, saggio ed esperto come me.
Ho sempre pensato che un buon cavallo  molto pi affidabile di un uomo, perch capita di rado, e a me non  mai capitato, che si immerga nei suoi pensieri al punto di smarrire la via. Pu darsi che questo costituisca una limitazione intellettuale del cavallo, ma vi giuro che sui terreni paludosi  molto pi saggio un cavallo di un filosofo. Figuratevi poi di un sognatore!
Devo dire, a onor dei miei compagni sognatori, che quella regione bellissima aveva qualcosa di misterioso e quasi magico. I vapori che salivano dagli acquitrini e che prendevano strani colori violetti, rosati, che a volte rifrangevano i raggi del sole al tramonto e si muovevano e ondeggiavano come veli mossi dal vento, parevano assumere talvolta forme umane, vaghe forme femminili, e sembravano venirci incontro o fuggire, o accompagnarci lungo il sentiero.
A questa fascinazione, che anch'io subivo ma con tutti i miei sensi all'erta, si aggiungevano suoni strani, che provenivano dalle acque e dai cespugli, che non erano versi di animali, ma suoni nati dal silenzio. Nella campagna infatti, tranne i cavalli selvaggi che fuggivano al nostro apparire, non c'era nessuno.
Io andavo ripetendomi che le figure femminili fluttuanti in veli violetti e rosati erano vapori che il calore traeva dall'acqua, e il suono di violini proveniente dai cespugli era lo strofinio di rami secchi mossi dall'alito della brezza. Ma devo confessare che ero tentato, anch'io, di abbandonarmi a sogni voluttuosi come facevano i miei compagni.
- Se non faceste tante astinenze e penitenze, - dissi loro per rompere quell'incantamento, - non avreste di questi vaneggiamenti -. Ma ero poco convinto di quello che dicevo. Astinenze e penitenze poi, le facevamo tutti e tre, perch da quando avevamo lasciato le Cevennes viaggiavamo in un mondo che pareva disabitato, mangiavamo quel poco che ci restava delle provviste che ci avevano dato al castello, e non vedevamo n uomini n animali. E tanto meno donne. Comunque i miei due compagni non accennavano nemmeno ad aver udito le mie parole. Proseguivano il cammino con gli occhi fissi davanti a loro, ma sono sicuro che non vedevano niente, e certamente non ascoltavano le mie parole.
Galaad soprattutto mi preoccupava perch, pur incantato come Perceval, sembrava nello stesso tempo animato dall'ansia di affrettare il cammino, come se fosse attratto da qualche cosa. Pensai proprio all'effetto di una calamita. Ma che cosa lo attirava? Perch ogni tanto tentava di superarmi sul sentiero, a rischio di precipitare in una di quelle pozze che parevano pronte a inghiottire chi ci fosse caduto dentro?
Mi tornavano alla mente certi racconti che avevo udito da viaggiatori venuti da lontano, di stagni coperti d'erbe e fiori ma che erano senza fondo e in cui i fanghi e le radici appena smosse da un corpo caduto si avvolgevano a vortice e acquistavano forza tale da attirare verso il fondo chi vi fosse caduto. E tanta era la forza del vortice che nessuno riusciva a resistere a quella gravit che lo trascinava in basso, verso il fondo scivoloso di una specie di imbuto che lo inghiottiva irresistibilmente.
E a un tratto vidi con orrore che Galaad, non riuscendo a superarmi dato che io ricacciavo indietro il suo cavallo con un forte colpo di frusta sul muso, usciva dal sentiero e si inoltrava, sempre come incantato sulla sua cavalcatura, in mezzo ai cespugli e ai fiori, sulle rive sdrucciolevoli di quei perfidi stagni. Che cosa cercasse, non so, ma aveva l'aria di seguire qualcuno che gli faceva un cenno, qualcuno che noi non vedevamo. Lo chiamai una, due volte, a gran voce. Non si volt neppure. Forse non mi udiva.
Procedeva diritto verso un laghetto tutto circondato di fiori colorati, su cui aleggiava un vapore condensato in forma strana, ora di animale, ora di donna. Penso che fosse una fata. Ma certamente non si rendeva conto del pericolo che correva. Cercai di destare Perceval dal suo incantamento, perch mi aiutasse a fermare Galaad che, mi pareva, andava dritto verso la morte.
Perceval non si dest. Allora scesi da cavallo e, tastando prima il terreno con i piedi, seguii Galaad sempre chiamandolo a gran voce, e sempre senza ottenere risposta.
Sentivo il terreno farsi sempre pi insidioso, e bench fossi disarmato e senza il peso della cavalcatura, il fango sotto di me diventava sempre pi molle e vischioso, quasi tentasse di imprigionarmi.
Faticavo a estrarre i piedi, e a ogni passo i miei calzari affondavano pi pericolosamente nella mota. Mi gettai a terra e cercai di raggiungere Galaad strisciando, ma procedevo lentamente e lo vedevo sempre pi lontano, quasi gi immerso nelle brume violette dello stagno.
A un tratto non lo vidi pi. Mi alzai faticosamente in piedi aggrappandomi ai cespugli e chiamando il suo nome a gran voce:
- Galaad! Galaad! - e vidi con orrore che il mio amico si stava inabissando con il suo cavallo nelle acque del lago verso il quale si era diretto. Stava ritto sulla sella, con la testa immobile e immagino che avesse lo sguardo fisso come quando mi era parso attratto da una calamita.
- Galaad! - singhiozzai ancora mentre lo vedevo scomparire nell'acqua, poi mi coprii il volto con le mani, e piansi.
All'improvviso mi sentii toccare la spalla. Era Perceval, che mi chiese:
- Perch piangi?
- Ma non hai visto come  finito il nostro amico? Non lo hai visto sprofondare nello stagno con tutto il cavallo?
- S, ma non  mica morto.
- Ah, non  morto! - gridai agitando una mano davanti agli occhi di Perceval, - svegliati amico! che cosa credi che ci sia l sotto? la reggia della fata Morgana? la fata ingannatrice e perversa sorella di re Art?
- Non so se  Morgana o un'altra fata. Ma l c' di sicuro la reggia di quella bella dama che gli fece cenno di seguirlo.
Diceva queste cose con lo stesso sguardo allucinato con cui mi aveva seguito fin l, lo stesso sguardo che avevo visto negli occhi di Galaad.
- Ma quale fata! Ma quale bella dama! - gridavo sempre pi infuriato, - quelli sono i vapori delle paludi, e lui, quel povero ragazzo, sar l che si ingozza di fango. Ahi, ahi! che cosa doveva succedere, - parlavo ormai in preda alla disperazione - e io non sono riuscito a salvarlo, non sono riuscito a fermarlo!
- Tu non dovevi fermarlo, - disse Perceval con una strana voce, come credo parlino gli oracoli, - e non avresti mai potuto fermarlo. Il suo destino lo chiamava in quel lago, e lui ha seguito il suo destino. L trover la sua spada, quella che gli consentir di diventare re del Graal.
- Ma che cosa vai farneticando? - chiesi puntandomi l'indice della destra sulla fronte. - In fondo allo stagno c' solo fango, e se mai lo scheletro di qualche altro imbambolato che c' finito dentro. Ma gi, siete impazziti tutti e due, e ormai con voi non c' pi niente da fare.
E scuotendo la testa tristemente me ne tornai al mio cavallo che si era fermato sul terreno solido, come fa ogni buon cavallo con un po' di sale in zucca.

5.

Le tre strade
Quando fui montato a cavallo e mi guardai attorno per vedere in quale direzione si doveva procedere per evitare di finire negli stagni e fare la fine di Galaad, vidi che nel punto in cui s'era fermato il cavallo, il sentiero da cui eravamo venuti terminava, e davanti a noi si aprivano a ventaglio tre viottoli, uno dei quali era proprio quello che Galaad aveva preso. Allora mi vennero in mente le parole di Merlino: eravamo arrivati al punto in cui il sentiero si divideva in tre e noi dovevamo separarci.
Lo dissi a Perceval, e lui parve scuotersi dal suo torpore.
Mi guard con occhi diversi, e disse:
- Hai ragione, Galvano. Qui, purtroppo, dobbiamo separarci. Mi dispiacer non sentirti pi brontolare.
- Allora mi sentivi? Dunque non eri poi cos stravolto? E perch non mi hai risposto e non mi hai dato retta? Forse il povero Galaad sarebbe ancora vivo...
- No, Galvano. Galaad ha seguito la sua strada, non poteva fare diversamente. E non credo che sia morto. Forse lo rivedremo.
- Che Dio ti ascolti, mio buon Perceval, - dissi tutto intenerito. - Anch'io sentir la tua mancanza. Saremo soli. Dio voglia che ci ritroviamo. Addio, Perceval, e cerca di fare attenzione a dove metti i piedi. Che Dio ci aiuti.
E con questo ci separammo. Io presi la mia strada e lui la sua.
S'era fatto molto tardi e il fuoco nel camino si era spento. La contessa Marta si alz e, presa una candela dalla mensola, ci invit a fare altrettanto e ad andare a letto. Fioralba si era addormentata sul suo sedile e fu presa in braccio dalla nutrice, che la port a letto come fosse una bimba. A Galvano parve di capire che sognasse.
Chi sognava la bella addormentata? Galaad e la sua lacrimevole fine, il bel Perceval dagli occhi azzurri, o Galvano che, in realt, era l'unico che aveva visto finora? Galvano sper che l'ultima ipotesi fosse quella giusta.
L'indomani un gran trambusto annunci il ritorno del conte al suo castello. Era arrivato un giovane staffiere a briglia sciolta gi nel primo pomeriggio ad avvertire la famiglia che prima del tramonto il conte avrebbe fatto ritorno a casa dal suo viaggio in Francia, che giungeva con gli ospiti stranieri e che tutto fosse pronto per far loro buona accoglienza. Si preparassero tavole sontuose, si imbandissero vivande degne degli stranieri, e soprattutto si spillasse il miglior vino delle cantine comitali.
La gente del castello fu in grandi faccende tutto il giorno, e per preparare il pranzo in modo conveniente, e per trarre fuori dalle cassapanche gli abiti pi belli e gli ornamenti pi preziosi.
La contessa Marta, dopo aver dato gli ordini pi urgenti a cuoche e sguattere, si ritir nelle sue stanze e non si fece pi vedere. Era una circostanza importante, poich il conte suo marito era assente da quasi un mese in terra di Francia.
Galvano, solo e disoccupato, prese arco e frecce e, fatto sellare il suo cavallo, se ne and a caccia nei boschi che coprivano le pendici del monte Pirchiriano e che si stendevano ininterrotti fino alle alte montagne oltre le quali sta la terra di Francia. Dopo la pioggia notturna era tornato il sereno e fiori e fronde risplendevano nella nuova luce quasi a vita nuova. Galvano si sentiva leggero e spensierato come un ragazzo.
Attravers il torrente che separava il grande giardino del castello dalle boscaglie dove contadini e boscaioli traevano il loro profitto di legna e frutti selvatici con pieno diritto, e s'inoltr baldanzoso nel folto allontanandosi dal castello, che tuttavia sempre emergeva sulla cima del monte Pirchiariano. Cavalc tutto il giorno scoccando ogni tanto una freccia, cos, senza mirare a nulla.
Il bosco risuonava di uccelli, e voli si intrecciavano in alto tra i rami.
Galvano sentiva la tentazione di scoccare una freccia a un fagiano o a una starna, ma tale era la letizia di quel bosco che gli spiaceva turbarla col suo strumento di morte.
Che ti succede, Galvano, - disse tra s, - sei sempre stato un buon cacciatore, e non ti sei mai fermato di fronte ai cinguettii degli uccelli. E quelle lepri che ti saltano attorno e sembrano volerti provocare? Veramente lascerai il bosco senza una preda? E rientrerai al castello con le mani vuote, come un cacciatore che ha fallito il bersaglio?
Ma quando il sole aveva oltrepassato la met del suo cammino e gi inclinava verso la sera, uno spettacolo insolito si offr ai suoi occhi. Era stato attratto verso una radura che si apriva tra gli alberi da un fruscio di fronde smosse che crebbe fino a diventare un forte rumore di frasche e rami spezzati. Si ferm nascosto tra gli alberi, e vide nella radura un grosso cinghiale con le zanne scoperte; stava immobile tormentando con l'unghia il terreno, che ne appariva profondamente solcato, e dirigeva il grifo minaccioso verso un'istrice ferma anche lei, ma ai limiti del bosco. L'istrice era in atteggiamento di difesa, con tutti i tremendi aculei rizzati sul corpo.
Fermo sul suo cavallo, silenzioso e nascosto, Galvano si accingeva ad assistere a quella battaglia che certamente sarebbe terminata con la morte di uno dei contendenti, ma era difficile pronosticare quale.
Il cinghiale a un tratto caric l'istrice scaraventando nella corsa tutto il suo peso, ma quando fu giunto a venti metri da lei si ferm di botto, colpito da una scarica di aculei che l'animale aveva fatto schizzare via dal suo corpo. Il cinghiale indietreggi, mentre l'istrice abbassava nell'attesa gli aculei.
- Perch non approfitta del vantaggio che ha ottenuto sul suo avversario per fuggire? - si chiedeva Galvano. Il cinghiale era certamente spaventato, ma non ferito al punto da lasciare il combattimento.
Infatti la scena si ripet poco dopo: assalto del cinghiale e lancio di aculei da parte dell'istrice. E Galvano ebbe l'impressione che questa volta il getto di aculei fosse inferiore al precedente, e pens che doveva costare molto dolore all'istrice quel modo di difendersi, molto dolore e un grande sforzo.
Ma perch non fugge? si chiese di nuovo Galvano. E come l'istrice abbass le sue difese per riposare il corpo stanco, trov la risposta alla sua domanda, e cap il motivo di quella caparbiet dell'animale. Dietro di lei, quasi nascosti dal suo corpo, c'erano alcuni batuffoli di pelo, poco pi grandi di una pigna. I piccoli dell'istrice.
Allora Galvano, preso il suo arco, incocc la pi robusta delle sue frecce e mentre il cinghiale gli passava davanti a corsa sfrenata per compiere una terza carica, lasci partire la freccia che lo colp nel fianco. Con un grugnito che pareva un ruggito, il cinghiale ferito si volse a lui, lo caric spezzando cespugli e frasche, apr le fauci mostrando le zanne, pronto a immergerle nel ventre del cavallo, ma proprio nella gola Galvano lo colp con una seconda freccia.
L'animale morente si dibatt nella radura schiacciando fiori ed erbe, finch con un doloroso grugnito rimase immobile. Con grande sforzo Galvano caric la sua preda sul cavallo e torn a piedi verso il castello. Tutta la gioia della giornata di sole, dei fiori e degli uccelli era sparita dal suo cuore.
Che ti succede, Galvano? - si diceva camminando. - Tu che hai fatto tanti duelli, e nei duelli muore sempre qualcuno, e dunque, se tu sei ancor vivo... Sar pur vero che non hai mai provato gusto ad ammazzare, per i tuoi avversari li hai uccisi. Non potevi fare altrimenti. E ora ti angosci per un cinghiale? Galvano mio, non ti riconosco pi.
E cos parlando tra s e s coglieva dalle fronde degli alberi grandi rami di lill e di maggiociondolo, un intero fascio, e anche di questo si stupiva, perch non era proprio nelle abitudini di un guerriero cogliere fiori. Giunto al torrente che segnava il confine con la tenuta del castello, si ferm a guardare come incantato un'immagine nell'acqua. Era un'immagine riflessa di lunghi capelli castani stillanti d'acqua, e le gocce cadevano nella pozza muovendola in piccole onde concentriche.
- Messer Galvano! - chiam una voce al di l del torrente - Volete aiutarmi a pettinarmi i capelli? - Era Fioralba, che s'era lavata i capelli all'acqua del torrente.
In due balzi Galvano attravers l'acqua e prese dalle mani della fanciulla un bel pettine d'avorio e oro, e cominci a pettinarle i lunghi capelli castani.
- Ho colto questi fiori per voi nel bosco - disse comprendendo in quel momento perch li aveva colti.
- E avete ucciso un cinghiale per la nostra tavola, - aggiunse maliziosa la fanciulla.
E mentre pettinava i capelli Galvano le raccont del suo incontro nel bosco e della lotta tra il cinghiale e mamma istrice. Poi si avviarono insieme verso il castello e nel camminare si asciugavano i lunghi capelli di Fioralba che svolazzavano alla brezza della sera e si impigliavano ai rami fioriti che sporgevano sul sentiero. Galvano si premurava di districarli, e lo faceva con somma perizia e delicatezza.
- Sembra che abbiate pettinato donne tutta la vita, - disse Fioralba.
- Invece  la prima volta, ve lo giuro. Ma se voi permettete vi pettinerei volentieri questa sera acconciando i capelli in lunga treccia che poi arrotolerei intorno al vostro capo come un'aureola. Volete?
- Io vorrei, sire Galvano. Ma mia madre non vorr di certo.
- Perch?
- Perch c' una cameriera apposta per pettinare lei e me, e non mi pare che mia madre sia mai stata pettinata da un uomo, neppure da mio padre.
- Pazienza! Ma dovrete dire a vostra madre che i tempi cambiano, e non bisogna meravigliarsene.
- Glielo dir, - rispose con un sorriso Fioralba, - e intanto sapete che cosa far? Mi intreccer una corona con i fiori che avete colto per me, e la porter in capo durante tutta la cena. Cos ogni volta che muover la testa, voi capirete che penso a voi.
La madre li guardava da un'altana e sorrideva silenziosa.
Ma gi si udivano suoni di corni echeggiare di lontano per annunciare a tutta la gente del castello che giungeva il signore con i suoi nobili ospiti. Nel castello si fece un gran correre e affrettarsi perch tutto fosse pronto a ricevere i nuovi venuti. E finalmente apparve la bella schiera montata su fiere cavalcature che salivano baldanzose il ripido sentiero del monte. Quando tutto il corteo fu giunto sulla grande spianata che precedeva il castello, tacquero i corni del seguito e due araldi in testa alla piccola schiera suonarono le loro lunghe trombe d'argento.
Subito uscirono dal castello servi e staffieri per aiutare i signori a smontare da cavallo e sulla porta comparvero, a dare il benvenuto, la contessa Marta e la figlia Fioralba.
Dietro le due donne si accalcavano i cortigiani, e tra questi, occhieggiando curioso tra i volti dei nuovi venuti, stava il cavaliere Galvano.

6.

Il ritorno di Perceval
Quando tutti furono entrati nella grande sala la contessa present il suo ospite, Galvano, raccontando al marito del suo arrivo e dell'ospitalit da lei concessa in suo nome. Il conte ne fu assai lieto perch gli piacque il nobile aspetto del giovane e il suo sguardo aperto e fiero.
Quando la contessa disse il nome di Galvano, qualcuno trasal in fondo alla schiera dei nuovi venuti, qualcuno che non era stato presentato perch non aveva voluto rivelare il proprio nome, qualcuno che era stato accolto dai viaggiatori perch appariva smarrito sulla strada solitaria che dal convento della Novalesa porta alla pianura. Qualcuno che, pur condividendo la compagnia festosa dei signori diretti al castello di Pirchiriano, era sempre stato silenzioso e appartato.
Galvano not quel trasalimento, e gi prima, occhieggiando tra i nuovi venuti dall'alto della scala su cui tutta la corte si era fermata in attesa, era stato colpito dal volto pallido e affilato di un giovane biondo, nobile nell'aspetto, che gli pareva noto, anzi familiare. Ora lo guard attentamente, poi corse ad abbracciarlo.
- Perceval, amico mio! - e gli baciava il viso scostandogli i capelli dalla fronte e dagli occhi.
Quando udirono il nome di Perceval, tutti si fecero attorno al giovane cavaliere esprimendo la loro meraviglia per averlo avuto tra loro e non averlo riconosciuto, e la gioia dell'onore che la sua presenza faceva a tutti. Pi curiosamente lo guardavano la contessa Marta e Fioralba:
- Madre, quello  il famoso Perceval di cui parlano tante canzoni?
- S, ma taci figlia mia, non mostrarti cos pettegola.
- Lo credevo pi maestoso, grande e fiero, - continuava imperterrita la fanciulla, - vi assicuro, madre, che mi pare pi gagliardo il cavaliere Galvano.
- Zitta! Ti sembra il momento di esternare le tue preferenze in fatto di ragazzi? E poi i giovani devono essere gli ultimi a parlare.
Ma l'interesse dei signori per il nuovo venuto era tale che nessuno fece attenzione alle chiacchiere delle due donne, e nemmeno al fatto che Fioralba continuasse a protestare di non essere pi una bambina.
Intanto Galvano, preso sotto braccio l'amico Perceval, illustrava agli altri signori le grandi prodezze del cavaliere, e come si fosse conquistato una splendida spada attraversando un cerchio di fuoco ed estraendola da una roccia in cui stava conficcata in modo tale che nessuno era mai riuscito a estrarla.
Poi la contessa, prendendo dolcemente per mano Perceval disse a Galvano:
- Ora lasciate, monsignore, che ci occupiamo noi donne del giovane cavaliere che appare provato dalla fatica -. E rivolta a tutta la compagnia, disse graziosamente: - Ve lo restituisco, signori, ristorato e rivestito, pronto per partecipare lietamente al nostro banchetto, che gi  apparecchiato sulla terrazza del castello, poich la sera dolce e l'aria serena promettono un gradevole soggiorno sotto la pergola di caprifoglio. A pi tardi signori, - e con un piccolo inchino si ritir seguita dalla famiglia, portando con s Perceval, che affid alle esperte mani delle cameriere.
Ma tra i nuovi venuti c'era un altro personaggio che il conte non aveva presentato, non perch non lo conoscesse, ma perch voleva rimanere in incognito almeno per il momento. Era un signore alto, vestito d'un mantello nero e lungo, che gli dava l'aspetto solenne di un ecclesiastico.
Pi tardi, sempre pallido e scarno, ma lavato, pettinato e rivestito di una bella veste di velluto, riapparve Perceval, quando tutta la compagnia era pronta per sedersi a banchetto. E al banchetto gli ospiti mangiavano con molto gusto tra piacevoli conversazioni, e anche Perceval, pur sempre silenzioso, mangi, ch grande doveva essere la sua fame per aver a lungo cavalcato, come disse poi nel suo racconto, in una sola tratta dal convento della Novalesa fino al monte Pirchiriano, e per aver osservato, in tutto quel tempo che era stato solo, un rigoroso digiuno. Ed ecco infatti il racconto che, sollecitato da Galvano e dagli altri signori, fece Perceval delle sue avventure.
Quando rimasi solo, dopo la scomparsa di Galaad nello stagno della Camargue, e dopo che Galvano aveva preso la sua strada, in quanto era stato stabilito che noi tre ci saremmo separati quando avessimo trovato il trivio - e una delle tre strade era quella che Galaad aveva seguito - una grande malinconia mi pervase il cuore. Forse era la tristezza della solitudine e forse l'angoscia di quello che mi attendeva. Perch ero stato prescelto, proprio io, per la cerca del Graal? Quali sacrifici mi si chiedevano in compenso?
Cavalcando solitario per quella grande pianura rivolgevo tra me queste domande, e andavo ragionando su quell'episodio della spada, profetizzato dalla vecchia, che aveva cambiato il mio carattere. Come lei aveva detto, infatti, ero riuscito senza alcuna fatica a svellere la spada dal masso in cui era infitta, cosa che molti avevano tentato invano. Avevo anche attraversato senza neppure accorgermene la barriera di fiamme, che nessuno avrebbe osato attraversare. Quindi ero io il prescelto al ritrovamento del Graal.
Inoltre ragionavo che di noi tre ero l'unico che aveva compiuto una impresa eccezionale per conquistare la spada, perch Galvano, che pure era stato chiamato alla cerca del Graal, aveva acquistato la sua spada in modo assai normale, togliendola a un cavaliere che aveva sconfitto.
A questo punto Galvano si agit sulla sua seggiola e, non potendo trattenere la lingua, disse:
- Be', Perceval, tanto normale non direi, perch io ero disarmato e il mio avversario no. E poi, se ben ricordi, l'ho fatto per rispondere alle richieste d'aiuto di quelle nobili donzelle che erano prigioniere nel castello del bandito. E voi due - aggiunse con voce concitata - vi siete guardati bene dal darmi una mano. Stavate a guardare come...
- Scusa Galvano, - intervenne Perceval, - sai meglio di me che il codice cavalleresco non consente che ci si batta in due, o tre, contro uno solo.
- Lo so benissimo, ma quello era armato e io no. Mi sono sempre domandato poi se i miei due migliori amici mi avrebbero lasciato fare a fette...
Tutti risero a quella uscita, e Perceval continu:
- Poich questa eventualit non si verific, il mio animo rimase su questo punto perfettamente tranquillo. Ci che mi tormentava era invece in qual maniera mi sarei mostrato degno del compito che mi attendeva: sapevo bene che quel periodo di solitudine, che era stato prescritto a ognuno di noi prima di giungere al ritrovamento del Graal, era una prova in cui si doveva rivelare il meglio di noi, e solo chi avesse superato tale prova sarebbe stato premiato.
Decisi cos anzitutto di sopportare fame e sonno, e cavalcai deciso a non chiedere n alloggio n cibo ad alcuno.
Lungo il margine della strada maturava qualche rossa fragola e io di quei piccoli frutti mi nutrii, e di qualche erba selvatica che colsi nei campi. Vidi pure passare sul dorso d'un mulo una fresca contadinella che recava sul capo un gran cesto di quei formaggi molli e dolci che fanno i pastori: - Vado a venderli al mercato, bel signore. Ne vuoi comperare qualcuno?
- Non ho soldi, - risposi.
- Mi basta un bottone d'argento della tua giacca, bel signore.
- Non ho fame, - risposi. E mentivo, Dio sa quanto.
Dopo un altro giorno di cammino, di fragolette ed erbe selvatiche, oltre a una mela bacata che trovai su un ramo, vidi un'altra contadinella, pi bella ancora della prima, che recava sul capo una gran teglia.
- Vengo dal forno, bel signore, dove ho fatto cuocere questo pasticcio di piccioni in pasta frolla. Ne vuoi una fetta da assaggiare?
- Non ho denari, bella fanciulla, - risposi, mentre il mio stomaco gorgogliava in modo eloquente.
- Mi basta un tuo bacio, bel signore, un solo piccolo bacio.
- Non ho fame, - mentii per la seconda volta, dando di sprone al cavallo per allontanarmi al pi presto da quella tentatrice.
Il terzo giorno di questo duro cammino di penitenza, quando la mia fame gi si trasformava in debolezza e con occhio sempre pi languido seguivo i salti delle lepri nei cespugli e i voli delle starne tra le fronde, giunsi a un bel praticello tutto cosparso di fiori e cinto di cespugli di lill. Nel mezzo sedeva una compagnia di dame e cavalieri attorno a una bianca tovaglia stesa sull'erba, e tutti lietamente mangiavano e ancor pi lietamente bevevano. Carni di capretto ben arrostite e pasticci di fegato ancor tiepidi mandavano un profumo che perforava le narici e scendeva crudele fino allo stomaco, mentre calici di vino chiaretto e ambrato circolavano di mano in mano.
- Vieni a mangiar con noi, bel cavaliere, - grid una dama alzando verso di me il calice pieno, - vieni a far festa, che la vita  breve e spesso avara, e ogni bene lasciato non  mai pi ritrovato!
- Grazie, non ho fame, - mentii per la terza volta, mentre la vista mi si annebbiava e sentivo che piano piano scivolavo da cavallo. Sentii il colpo per terra e persi i sensi.
- Madre, - mormor Fioralba nell'orecchio della contessa, - questo cavaliere mi pare proprio uno sciocco. Quelli, in fondo, non gli chiedevano niente in cambio dell'arrosto, n un bottone n un bacio.
- Fioralba, non essere impertinente. Quando un uomo s'impone un digiuno, lo deve perseguire, altrimenti  un debole.
- Pi debole di cos...  persino caduto da cavallo... - Ma la madre la guard severamente, mettendosi un dito sulle labbra.
Quando mi ridestai, - continu Perceval, - giacevo in un bel giardino sotto un gran salice piegato ad arco che formava su di me il tetto d'una capanna di fronde. L'aria era dolce, cantavano gli uccelli, profumi di fiori e zefiri lievi spiravano intorno invitandomi alla vita. Mi alzai a sedere su quel letto di drappi preziosi su cui giacevo e vidi accanto a me, su un tavolinetto d'ebano intarsiato d'avorio, un grande piatto d'argento su cui vi era un galletto arrostito con belle verdure fresche: sedani, lattuga, rapanelli.
Non feci nemmeno in tempo a pensare a quello che facevo: afferrai il pollastro e, coscia per coscia, ala per ala, lo spolpai tutto delle sue tenere carni; poi da un calice d'argento che stava l accanto tracannai un buon vino maturo e denso che a quel galletto molto ben s'accompagnava. Smorzata la sete, posi mano, pi per piacere ormai che per fame, a certe frutte candite che stavano in un gran cesto, accompagnandole con ciambelle di pan pepato, sulle quali versai ancora qualche calice di quel vino generoso e saporito. Poi, nuovamente, mi addormentai.
Mi risvegliai a notte fatta, e vidi aprendo gli occhi il cielo stellato brillare su di me. Giacevo sempre nello stesso luogo, sotto il salice nel verziere, ed ero solo. Ma nel castello che sorgeva l accanto e a cui il giardino apparteneva, mille candele ardevano e dalle finestre uscivano i suoni di canti e balli. Molte dame e cavalieri danzavano un allegro saltarello unendo le giovani risa al suono degli strumenti.
Sentii pungermi in cuore un'acuta nostalgia per quella vita spensierata e lieta che pure io avevo conosciuta, e non potei impedirmi di confrontarla con le fatiche e le miserie della mia vita attuale, con tutti gli stenti che pativo, e di tutto questo la cosa peggiore era la solitudine, da quando la mia strada si era separata da quella dei miei compagni.
E Perceval, dicendo questo, diede un'occhiata malinconica a Galvano che rimase visibilmente commosso.
- Tuttavia, - continu Perceval, - non ebbi dubbi: dovevo continuare la mia strada, verso quelle montagne che vedevo ergersi come una barriera oscura e che segnano i confini della valle del Rodano. Dovevo valicarle e scendere per la valle di quel fiume che si chiamava Dora, fino a trovare il monte Pirchiriano. Mi levai dal mio giaciglio e, sentendo che le forze mi erano tornate, raccolsi le mie cose e mi diressi dove sentivo nitrire il mio cavallo. Ma in quel momento m'accorsi, ahim, che non avevo pi la mia spada.
La cercai dappertutto, e pure sapevo di non averla perduta, sapevo che, come d'abitudine, non me ne ero mai separato. Era chiaro che qualcuno l'aveva presa dal mio fianco durante il sonno, e a quel qualcuno dovevo richiederla. Ma accanto a me non c'era nessuno.
Compresi che se volevo recuperare la mia spada dovevo affrontare quella gente festante, entrare nella sfera dei loro suoni e balli, delle loro luci, subire il fascino della loro eleganza, delle loro gioie... e avrei poi resistito alla tentazione di unirmi a loro e dimenticare la mia grande missione? Avevo molta paura, ma non potevo privarmi della spada che il destino mi aveva affidata.
Mi guardarono tutti sorpresi quando comparvi sulla soglia della gran sala. Cessarono le danze e la musica tacque. Dovevo apparire loro come un fantasma.
- Signori, vi prego, - dissi, - ridatemi la mia spada, e io non vi dar altro incomodo.
Allora una bella dama vestita di drappi intessuti d'oro, che doveva essere la signora del castello, mi venne incontro sorridendo e disse:
- Ser Perceval, voi non ci date nessun incomodo. Vi abbiamo lasciato riposare perch abbiamo visto quanto eravate affaticato. Ma se ora volete unirvi a noi e alla nostra festa, saremo ben lieti di avervi come compagno. Nel mio castello c' posto anche per voi, - e cos dicendo si inchin dimostrandomi la sua cortesia.
Sentii il mio animo vacillare, diviso com'era tra due opposti desideri: rimanere in quel castello di delizie, o riprendere il penoso cammino che consumava le mie forze e la mia vita.
Poi vinse il buon volere.
- Signora, - dissi, - vi ringrazio con tutto il cuore della vostra benevolenza e del gentile invito. Ma non posso accettare. Rendetemi la mia spada, e partir seguendo il mio destino.
Cos me ne partii, solo nella notte, lasciandomi alle spalle suoni di gioia e quella gente spensierata e bella. Il buio era fitto innanzi a me, e io cavalcavo triste seguendo l'incerto sentiero che saliva verso i monti. Non vi dir del duro cammino che dovemmo superare, il mio cavallo e io, non vi dir le notti all'addiaccio su un letto di paglia e foglie secche, la fame e la sete, il freddo e la paura, non vi dir quante volte rimpiansi il castello che avevo lasciato e la sua gente. Vi dir solo che continuai a salire su per quei monti che non finivano mai, e gi credevo che la vita mi avrebbe abbandonato, e sarei morto, l, tra quelle rocce, e raccomandavo l'anima stanca a Dio, quando m'apparve nella nebbia d'un freddo mattino la sagoma scura di una capanna che mi salv la vita. Vi abitava un eremita che mi sfam con pane e acqua, e mi disse:
- Adesso, figliuolo, raccogliti in preghiera e fai penitenza con me. Quando penserai di aver purgato le tue colpe, rompi il silenzio che io impongo a te e a me, e confessati. Se ti trover pentito, ti lascer andare per il tuo cammino.
Ma di che cosa dovevate pentirvi, signore? - intervenne Fioralba che non poteva trattenere la lingua. - Avevate rifiutato tutti i piaceri e gli agi della vita, sopportato stenti e fatiche...
Mentre la madre la zittiva imperiosamente, Perceval rivolse verso di lei i suoi begli occhi azzurri, e disse:
- La tentazione, damigella. Io avevo permesso che la tentazione entrasse nel mio animo e lo facesse vacillare. Anche il desiderio pu essere peccato.
Fioralba si strinse nelle spalle e non disse niente. Nessuno disse niente, ma tutti pensavano che quando si  tristi, soli, affamati e stanchi, desiderare di non esserlo... E Perceval continu:
Trascorsi tre giorni e tre notti in preghiera, con la sola compagnia del mio libro miniato, mangiando una volta al giorno pane e acqua che mi portava l'eremita; poi ruppi la regola del silenzio e chiesi di essere confessato. Ebbi dall'eremita l'assoluzione e partii. Trovai il convento della Novalesa, il segno che il mio cammino stava per finire. Mi riposai una notte con quei santi padri e all'alba partii per il sentiero che costeggia il fiume verso la pianura. Il resto, signori, gi lo sapete.
- Sapete, madre, - disse Fioralba alla contessa mentre si avviava con lei alla sua camera per la notte, - questo signore mi sembra un po' matto. Bench abbia gli occhi azzurri, preferisco monsignor Galvano.
- Che cosa vuoi capire di queste cose, tu che sei ancor quasi bambina... Non le capisco molto neppure io, che pure ho l'et e l'esperienza...

7.

Il racconto di Galvano
- E voi, Galvano, - chiese Perceval la sera seguente, - che avventure avete incontrato da quando ci siamo separati, l, nelle paludi della Camargue?
Galvano parve alquanto imbarazzato e tossicchi pi volte prima di rispondere.
- A dir la verit non ho incontrato molte avventure. Ho seguito la via del mare, che raggiunsi agevolmente scendendo il corso del Rodano sino alla sua foce. E quel viaggio fu breve, perch raggiunsi il mare in pochi giorni dopo che voi partiste per la vostra strada.
- Ma poi? Se non sbaglio voi dovevate essere sulla costa di Provenza, molto lontano da questi monti.
- Mi fermai nella bella citt di Avignone, dove fui ospite di una gentildonna alla quale insegnai a suonare l'arpa, a cantare le nostre canzoni e a ballare quelle danze che tutti conosciamo. Le insegnai anche il latino e l'aritmetica, l'astronomia e la geografia, il disegno e la scrittura...
Tutti guardavano stupiti Galvano, perch non avrebbero mai sospettato che sapesse tante cose. Ma Perceval lo interruppe:
- Eh no, amico Galvano. Voi non avete mai saputo far di conto. Come potevate insegnare l'aritmetica a una gentildonna? Siete sicuro che non la confondete con qualche altra vostra scienza?
- Be', volevo dire che le fui maestro in tutto quello che potevo insegnarle. Ho detto anche aritmetica? L'ho detto per distrazione. Ma tanto le fu gradito il mio insegnamento che per compensarmi quando volli partire, arm per me una nave e mi condusse fino alla Riviera genovese. Qui ci separammo, e io sbarcai, risalii monti e pianure, finch raggiunsi questo castello. Il resto a tutti  noto.
- Strano, - osserv Perceval, - il vostro viaggio  stato molto agevole e privo di avventure.
- S, lo ammetto. Ma delle volte succede, - disse Galvano dimostrando di voler chiudere quel discorso. A tutti parve che fosse molto reticente e celasse qualche cosa.
- Non avete avuto avventure, - continu Perceval insoddisfatto di quel racconto, - ma avete perduto tutti i bottoni della vostra giubba...
- Oh s, li ho perduti attraversando dei cespugli spinosi. Quelle spine e i rami contorti mi si attaccavano dappertutto e quando a gran fatica uscii dall'intrico, mi accorsi che avevo perduto tutti i bottoni che mi erano rimasti.
- Sarebbe stato pi interessante per noi se li aveste perduti come il primo, - intervenne maliziosamente la contessa Marta, - ma se  andata cos...
Quella sera la bella compagnia si separ un poco delusa dal racconto di Galvano, che era parso alquanto reticente. Tutti infatti pensavano che egli avesse voluto nascondere qualcosa, e ognuno nella sua mente si immaginava quello che lui aveva voluto tacere. Galvano stesso era turbato, scontento di s, poich si accorgeva che il suo racconto non aveva convinto gli ascoltatori. Aveva anche notato che la fanciulla Fioralba lo guardava interrogativamente, e quando la madre aveva pronunciato quella sua graziosa battuta non priva di malizia, si era rivolta a lei coi grandi occhi spalancati come per chiedere una spiegazione di quelle parole.
Per questo, l'indomani, Galvano si lev molto triste, e volendo sfuggire ogni compagnia, e soprattutto quella di Perceval, che con le sue domande lo aveva messo in grande imbarazzo, scese gi per il giardino del castello lungo un sentiero che conduceva al torrente e lo valicava su un piccolo ponte.
Stava inoltrandosi nel bosco per riflettere solitario su quanto era accaduto, quando sent rumore di frasche spezzate e il canticchiare di una voce che gli pareva di riconoscere.
- Voi qui, Fioralba! - disse in tono di rimprovero. - Non vi ha mai detto vostra madre che non dovete andare sola nel bosco?
- Oh s, me lo dice tutti i giorni. Ma non so mai spiegarmi perch. Voi lo sapete?
- Perch... perch potreste fare dei brutti incontri. Lupi, briganti, licantropi... - si interruppe non sapendo pi cosa dire.
- L'uomo nero, orchi o..., o cavalieri come voi! - continu ridendo Fioralba. - Non ci vengo spesso, sapete? Solo quando ho un motivo.
- E oggi che motivo avete? - chiese il cavaliere.
- Aspettavo voi, - fu la risposta.
- Me?! E come sapevate che sarei venuto nel bosco? Non lo sapevo neppure io.
- Quando uno ha la faccia scura che avevate voi ieri sera congedandovi dalla compagnia per andare a dormire, il mattino dopo va di certo nell'unico luogo dove  sicuro di non incontrare nessuno, perch vuole stare solo con se stesso.
- Avete indovinato. E allora perch siete venuta qui a tendermi un agguato?
- Agguato  una parola troppo grossa, ser Galvano. Diciamo piuttosto tranello. Ma se voi non volevate cadere nel tranello, quando mi avete sentita cantare e cogliere lill, non avevate da far altro che allontanarvi zitto zitto e io avrei fatto finta di non avervi visto.
- Ah, mi avevate anche visto?
-  difficile non vedere uno quando passa su quel ponte. Soprattutto se si  qui ad aspettarlo.
- Avete vinto, Fioralba. Siete molto pi furba di me. E allora? Che cosa volete da questo pover'uomo che ha il cuore gonfio e non  affatto contento di s?
- Voglio che anzitutto ci sediamo qui su questo tronco caduto, e mentre io riordino il mio mazzo di fiori, voi mi raccontiate che cosa vi  successo durante il vostro viaggio, quell'avventura che avete taciuto. Dopo starete meglio.
- E se invece dopo stessi peggio? Se accadesse per esempio che voi dopo non mi voleste pi salutare? che non voleste pi essere mia amica? - disse Galvano con voce accorata prendendole una mano e stringendola tra le due.
- Siete dunque stato cos cattivo? - chiese Fioralba spalancandogli in faccia i suoi grandi occhi castani.
- Cattivo, no. Ma debole certamente. E anche un po' lazzarone. Mi sono lasciato andare, ecco, a una vita, diciamo cos, di piacere, di... be', i vostri confessori direbbero di mollezze. Tutto il contrario di Perceval. Egli ha sfuggito ogni agio, ogni dolcezza della vita, ogni galanteria, e io no. Quando mi si  presentata occasione, mi sono lasciato sedurre. Ma dovete capirmi, Fioralba! Dopo giorni di fatiche, di fame, di..., di... solitudine, quando sono uscito dalle paludi della Camargue e ho incontrato quella terra felice che  la Provenza e quella citt incantata che  Avignone... che cosa volete, mi sono arreso.
- A chi?
- A una bella donna. Ma ho il sospetto che abbia esercitato su di me certe arti magiche per incantarmi il cuore. Aveva infatti occhi e sguardo da ammaliatrice, e conosceva canzoni che mi cantava accompagnandosi sull'arpa: potevano anche essere formule magiche! Ecco perch penso di esser stato stregato.
- Allora non siete voi che insegnavate a lei il canto, la musica, la danza e...
- No. Sapeva gi tutto. E del latino e dell'aritmetica non so, non ne abbiamo mai parlato. Ma di astronomia s, perch mi insegn a distinguere le costellazioni nel cielo, i movimenti dei pianeti e molte altre cose. Diceva che il cielo  un libro aperto in cui si possono leggere tante cose.
- E voi le avete lette, - mormor Fioralba.
- S, - rispose Galvano in un soffio. - Ma dopo qualche tempo, - aggiunse con vigore, - quel gioco cominci ad annoiarmi. Il pensiero della grande avventura per cui ero partito riprese a occuparmi la mente. Non avevo pi pace. Non provavo pi n gioia n piacere. Un'inquietudine continua mi rodeva l'animo, una smania di andarmene, di fuggire, di riprendere quel duro cammino che doveva condurmi al monte Pirchiriano. Ma non potevo sfuggire: la dama di Bel Sito, cos si chiamava la donna che mi aveva ammaliato, era stata con me sempre cortese e rispettosa, e io non potevo lasciarla fuggendo come un ladro. Cos un giorno presi la decisione e le chiesi di lasciarmi partire.
- E lei? come accolse la vostra richiesta? - chiese Fioralba.
- Ne fu molto afflitta. Cerc di dissuadermi. Mi chiese piangendo in che cosa mi avesse offeso perch io volessi lasciarla, che cosa mi dispiacesse in lei. Dovetti dirle che no, nulla mi dispiaceva in lei, in nulla mi aveva offeso, e se la lasciavo non era per mia volont. Le dissi che mi era stato assegnato un compito, e che dovevo compierlo, altrimenti avrei perduto il mio onore. Questo discorso la consol un poco, e cerc di sapere quale fosse il compito che mi era stato assegnato. Ma io non volli dirglielo, per timore che con qualche sortilegio riuscisse ad allontanarmene. Cos, con molte lacrime da parte sua, e molte rassicurazioni d'amore da parte mia, ci separammo. E io presi il cammino che mi condusse al vostro castello.
- E il viaggio per mare? La nave di cui avete parlato? - chiese Fioralba con una punta di delusione nella voce.
- Non c' mai stato nessun viaggio per mare. Non c' mai stata nessuna nave nella mia vita. Il mare l'ho visto l, in Provenza, ma sul mare non ho mai navigato.
- Che peccato! - esclam Fioralba, - mi sarebbe piaciuto tanto sentire un racconto di mare. Almeno ditemi com'. Io non l'ho mai visto.
- Ah, mia bella fanciulla!  una cosa meravigliosa,  lo specchio del cielo, un'immensa pianura d'acqua azzurra e lucente dove trovano i loro sentieri i pesci, piccoli e grandi, dalla triglia rossa all'argentata alice, dall'orata luminosa al polpo triste e sentimentale, dalla bella spigola alla sogliola malinconica. E sul fondo posano mille conchiglie, e fiori d'acqua e erbe che chiamano alghe e cespugli di madrepore e coralli. Ma ci sono anche i grandi pesci che saltano sulle acque, gli allegri delfini, e le solenni balene, nere montagne galleggianti. Il mare  lo scrigno di tutte le meraviglie.
- Chiss se lo potr mai vedere anch'io, - mormor Fioralba con voce flebile e occhi sognanti.
- Non  impossibile, mia bella fanciulla, se voi vorrete, se voi me lo permettete... vi ci condurr io, un giorno, sul mio cavallo, - rispose Galvano impetuosamente.
Fioralba lo guard prima affascinata, poi con occhi ridenti di malizia:
- Come corre il vostro desiderio, cavaliere!  un destriero veloce quello che cavalcate con la vostra fantasia!
Galvano chin la testa e ammise:
- S, avete ragione.  un destriero veloce e ancora selvaggio. Forse un giorno vi chieder di mettergli il morso e le briglie. Ma ora rientriamo al castello, mia bella Fioralba, che certamente l qualcuno ci sta cercando.

8.

Il ritorno di Galaad
Era un meriggio quieto e silenzioso, e i raggi del sole quasi estivi spandevano un piacevole calore su boschi e prati che circondavano il castello. Dame e cavalieri ingannavano il tempo che li separava dalla cena passeggiando nel giardino e conversando sottovoce tra loro. Pareva che volessero rispettare quel grande silenzio. A un tratto tutti trasalirono per un forte sbattere d'ali che udirono in alto sulle loro teste. Nello stesso tempo il sole fu oscurato da un'immensa ombra. Levarono il capo. Un grande cavallo alato scendeva volteggiando dal cielo. Si pos nello spiazzo antistante il castello sollevando polvere e spezzando fiori. Quando l'aria torn chiara e il cavallo ebbe ripiegato le ali, si vide un cavaliere tutto vestito d'armi color argento smontare da cavallo.
- Galaad! - gridarono insieme due voci, quella di Galvano e quella di Perceval. - Amico Galaad! - e corsero ad abbracciarlo.
Intorno s'erano assiepati gli ospiti del castello, e guardavano ammirati il bel cavaliere e ancor pi il favoloso cavallo dalle grandi ali: anch'esso era bianco, anzi riluceva come se fosse argentato. D'argento erano soprattutto le grandi bellissime ali, che ora teneva ripiegate lungo i fianchi.
- Galaad, - disse Galvano mentre aiutava l'amico a togliersi elmo e corazza, - vi abbiamo creduto morto, e vi abbiamo pianto, quando siete scomparso nello stagno della Camargue. Ma quale singolare vicenda vi ha condotto a noi dopo tanto tempo?
- Lasciate che prenda fiato e si riposi, - disse saggiamente la contessa, - dopo che avremo mangiato, e il giovane cavaliere si sar ristorato, gli chiederemo di raccontarci la sua storia. Ser Galvano, lo affido alle vostre cure. Fategli indossare vesti nuove ed eleganti e riconducetelo a noi per la cena, quando si sar riposato.
- Posso aiutare anch'io? - chiese Fioralba facendosi largo tra gli ospiti, - forse il cavaliere appena giunto avr bisogno dell'aiuto di una fanciulla.
- No, - dissero la contessa e Galvano a una stessa voce, ma spinti da diverse ragioni. E la contessa aggiunse: - I cavalieri hanno forse cose da raccontarsi che tu non devi udire, Fioralba. Lasciali in pace, lasciali soli, e poi torneranno tra noi.
Cos fu fatto, come la contessa suggeriva, e gli ospiti videro riapparire pi tardi in compagnia di Galvano il nuovo venuto, vestito di panni bianchi di seta e di un mantello pure bianco lucente. I suoi capelli erano color dei raggi della luna e i suoi occhi cos chiari che parevano privi di colore. Fioralba lo guard a lungo, quasi affascinata da quella lucentezza astrale, poi distolse lo sguardo e sorrise a Galvano. Questi, passandole accanto per sedersi a tavola, le disse:
- Siete una birichina, e anche parecchio impertinente, madamigella Fioralba. Perch volevate venire con noi?
- Per vedere meglio il cavaliere Galaad.  cos diverso da tutti gli altri. Non sembra neppure un uomo in carne e ossa.
- E chi vi dice che lo sia? - rispose Galvano, un poco stizzito.
Finito che ebbero di cenare, nel momento in cui intorno alla tavola si intrecciano tra un sorso e l'altro di vino i pi piacevoli discorsi, su invito della contessa Galaad inizi la sua storia.
Quando i miei amici mi videro sparire nelle acque di quello stagno nella Camargue, e credettero giustamente che io vi affogassi, non provai alcun timore, n opposi alcuna resistenza al richiamo che proveniva da un'evanescente figura di donna vestita di veli rosa e violetti. Udivo la voce di Galvano che mi gridava di badare a me stesso e cercare di salvarmi, dicendo che quella figura non era che illusione creata dai vapori che il calore del sole traeva dall'acqua. Ma io ero incantato, non ero padrone n di agire n di pensare, sentivo che qualcuno si era impadronito della mia volont e di tutto me stesso.
Senza provare n timore n orrore mi immersi nell'acqua con il cavallo, senza assolutamente riflettere sul fatto che sarei potuto affogare. Seguendo la forma evanescente mi trovai in un giardino di piante acquatiche, dalle lunghe foglie variamente colorate, verdi, viola e rosse, che si muovevano dolcemente al ritmo dell'acqua. Il fondo su cui posai i piedi era di erba azzurra mista a ghiaia bianchissima. La forma evanescente assunse la consistenza di una donna velata e vestita di azzurro, che mi prese per mano e mi condusse in una vasta sala sotterranea: una grotta, direste voi. Ma questa sala era tutta di marmo bianco, e il fondo su cui posavamo i piedi era un prato d'erba azzurra tra cui spuntavano grandi fiori bianchi, e tutto si muoveva al lieve movimento che io camminando imprimevo all'acqua.
Stavo osservando tra me che, contrariamente a ci che accade agli uomini per la loro natura di animali terrestri, non soffrivo minimamente per trovarmi nell'acqua, n mi mancava il respiro. Ma fui subito distratto da una seconda figura femminile che avanzava verso di me, e aprendo le braccia mi stringeva al suo seno. Dopo il primo abbraccio, scost il volto per guardarmi e disse con occhi ridenti:
- Finalmente sei venuto, figlio mio!
Vidi allora che il suo volto, bellissimo, era bianco e lucente, argenteo, come il suo abito di velo, che pareva un'onda di acqua.
- Siete mia madre? - chiesi stupito.
- S Galaad. Sono io che ti ho generato e ti ho allevato nei primi mesi di vita. Ma era scritto nel nostro destino che dovessimo essere separati, perch tu fossi allevato sulla terra nel mestiere delle armi e diventassi un cavaliere di re Art. Non puoi ricordarti di me, ed  come se tu non mi avessi mai conosciuta. Ma io dal fondo delle acque ti vedevo, seguivo ogni tuo passo e vegliavo su di te.
A questo punto mormorii di meraviglia si levarono dagli ospiti, i quali andavano osservando il volto e le fattezze di Galaad, il colore dei capelli e degli occhi, delle vesti e dell'armatura, e ravvisavano in tutto ci la sua origine misteriosa.
Galaad fece una pausa nel suo racconto, poi riprese rivolto a Galvano e Perceval:
- Voi ricorderete, amici miei, che io sempre ero triste perch non avevo una madre che si occupasse di me, bench venissi allevato ed educato con ogni cura da una schiera di ancelle e maestri, che mi istruirono in tutto, anche nel mestiere delle armi. Ricorderete che fui presentato alla corte di re Art quando compii quattordici anni da un cavaliere misterioso, chiuso nelle sue armi bianche, con la celata abbassata sul volto. Ricorderete anche come fui nominato cavaliere pi tardi dallo stesso personaggio misterioso cui re Art rendeva grande onore. Ora io so, perch me lo ha rivelato mia madre, che quel cavaliere era mio padre. Ed era Lancillotto del Lago.
Parole di ammirazione si levarono dall'uditorio, mentre Galvano e Perceval guardavano il loro amico con stupore, come se lo vedessero per la prima volta. Galvano disse:
- Per quello vestivi sempre armi bianche, come Lancillotto!
S, ma io non ne sapevo nulla. Tutto mi veniva fornito dai miei valletti, e io sapevo solo, perch mi era stato detto da Merlino, che non dovevo fare domande. E se anche le avessi fatte nessuno mi avrebbe dato risposta. Tutto mi fu narrato da mia madre.
Ella  chiamata la Dama del Lago, ed  una fata delle acque, di quella stirpe che vive nelle fonti, nei laghi, fiumi e mari, come tutte le donne delle acque, che sono molte anche se non le vediamo perch raramente si mostrano agli uomini. Anche mio padre Lancillotto era figlio di una fata delle acque. Proprio per questa sua nascita era scritto nel suo destino che dovesse unirsi con la pi nobile delle fate per generare un figlio che si sarebbe chiamato Galaad. La pi nobile era la Dama del Lago, e lei divenne mia madre. Ma come  uso nel mondo delle fate, mia madre e mio padre non vissero insieme che per il tempo in cui io fui generato e nacqui. Mio padre doveva vivere la sua vita nel mondo dei cavalieri, mia madre anche se poteva emergere per brevi periodi dal suo mondo acquatico, non poteva tuttavia vivere fuori di esso. Cos si separarono. Il mio destino volle che avessi una madre che mi amava, ma io non lo sapevo, n la vidi mai fino a quel giorno fatale in cui mi immersi nello stagno.
Il mio destino volle che avessi un padre che era un grande cavaliere, il pi leale, coraggioso e perfetto del suo tempo, e io non lo sapevo.
Ora conosco mio padre e mia madre, ma non so se li vedr mai pi.
A questo punto Galaad chin la testa pensoso, e tutti gli ospiti tacquero rispettando la sua tristezza.
- Amico Galaad, - disse Galvano, - se  stata infelice la vostra infanzia, senza padre n madre, tuttavia poi avete avuto noi come amici, e io spero che questo abbia un poco alleviato la vostra solitudine.
- Certo, Galvano, - rispose Galaad, - e io vi sono molto riconoscente di questo, e vi amo come fratelli. Ora che sapete questa mia storia, capite anche perch a volte ero triste e taciturno, e perch alla fine del nostro viaggio, quello che abbiamo fatto insieme, apparivo assente e non rispondevo neppure ai vostri richiami: sentivo l'attrazione del mondo da cui ero stato generato, forse sentivo la vicinanza di mia madre che mi chiamava.
- S, ora capisco, - disse Galvano, - quello che non capisco  perch anche Perceval, a quel punto del nostro viaggio, apparisse incantato.
- Posso spiegarlo io, - intervenne Perceval. - Tra gli stagni della Camargue domina l'attrazione che viene dal mondo delle fate. Se mia madre, la regina Herzeloyde, non era una fata, mio padre Gahmuret era figlio di una fata. Quella parte di me che viene dal loro mondo in quel luogo subiva la fascinazione del richiamo misterioso delle forze magiche. Ma ora, raccontaci piuttosto, Galaad, la fine della tua avventura, e come ti sei procurato questo splendido cavallo alato.
Ci che segue, - riprese a raccontare Galaad, -  molto semplice. Vissi parecchi giorni con mia madre nel suo regno acquatico, finch lei stessa, nella sua grande saggezza, mi ricord il compito che mi era stato assegnato e mi esort a partire e mi consegn questa spada che vedete al mio fianco: gliela diede mio padre Lancillotto perch la desse a me quando fosse giunta l'ora di affrontare questa avventura. Il nostro non fu un addio definitivo, perch io desidero tornare da lei, e anche lei ha un immenso desiderio di rivedermi. Poich ero gi in ritardo per il nostro appuntamento sul monte Pirchiriano, e con i miei mezzi umani avrei impiegato molti giorni, mia madre mi don il cavallo alato che avete veduto, che in un sol giorno mi port sopra la catena delle Alpi, la sorvol e mi depose qui.
- A proposito, - intervenne vivacemente Galvano, - dov' ora il cavallo alato? Non lo vedo da nessuna parte.
-  ritornato da mia madre, nel regno delle fate. Anche lui, come la Dama del Lago, gli appartiene.
- Peccato! - ribatt Galvano. - Avrei tanto voluto montarlo, salirgli in groppa e fare un volo sopra il castello.
Tutti risero all'uscita di Galvano, anche Galaad, che aggiunse:
- Non sono sicuro che ti avrebbe preso in groppa: non so se tu hai sangue di fata nelle vene, e a queste cose il cavallo alato  molto sensibile.

9.

Il vescovo di Chartres
Il giorno dopo, il conte, signore del castello, convoc tutti gli ospiti nella sala d'onore per il primo pomeriggio: che tutti fossero presenti, perch aveva comunicazioni importanti per i tre cavalieri di re Art, e voleva che tutti i signori potessero udirle.
I tre amici si stavano chiedendo che cosa dovessero fare ora che erano giunti al termine del viaggio, nel castello sul monte Pirchiriano, come Merlino, mago e profeta, aveva loro indicato. Mentre cos ragionavano li raggiunse un valletto del conte e comunic loro il perentorio invito del suo signore per il pomeriggio, nella sala del castello.
Si guardarono in faccia e, pur non avendo alcuna idea di quello che il conte volesse dire, capirono che sarebbe stato un incontro decisivo per la loro avventura.
- Strano, - disse Perceval, - quando la schiera del conte mi raggiunse mentre io solitario iniziavo la mia discesa verso la pianura, dopo aver lasciato l'abbazia della Novalesa, nessuno di loro mi chiese chi fossi, tuttavia il conte mi invit a unirmi a loro, come se gi mi conoscesse. C' un personaggio misterioso in quella sua compagnia, che non mi ha mai rivolto la parola, n ha mai parlato in queste sere in cui ognuno di noi ha raccontato la propria storia. Tuttavia ebbi al primo incontro l'impressione che quel personaggio fosse dal conte tenuto in grande considerazione: cavalcava infatti sempre accanto a lui, e con lui parlava di cose che nessun altro udiva.
- Intendi parlare di quel signore alto e vestito di scuro, che ha tutta l'aria di essere un religioso? - chiese Galvano.
- S, quello che ci ha sempre ascoltato con grande attenzione, ma non ha mai detto nulla.
- Bene, - concluse Galvano, - forse oggi avremo la soluzione del mistero, ma soprattutto sapremo che cosa dobbiamo fare. Confesso che sono stanco di questo vagabondare, e sarei anche disposto a fermarmi stabilmente in qualche luogo, o a tornare nel mio regno di Bretagna.
- Anch'io vorrei porre fine alla mia vita errante e fermarmi in qualche luogo. Non dico proprio nella capanna dell'eremita, ma in un bel convento in cui ci fosse una grande biblioteca. Il libro miniato che mi diede quella dama l'ho letto e riletto tante volte che ormai lo so a memoria.
- E voi Galaad? - chiese Galvano al giovanotto biondo e silenzioso.
- Io vorrei, almeno per un poco, tornare nel regno di mia madre, di cui ho tanta nostalgia.
Cos conversando i tre amici si diressero alla sala grande del castello, dove tutti i signori stavano prendendo il loro posto. Una severa tavola di quercia li attendeva, lungo i lati della quale erano allineati seggi destinati a ciascuno, come rivelava il nome impresso nello schienale. Per i tre amici erano stati predisposti tre seggi a un capo della tavola, mentre all'altro capo presero posto il conte con il signore misterioso di cui aveva parlato Perceval.
Quando tutti ebbero preso posto e fu fatto silenzio, il conte si alz e disse:
- Amici miei,  venuto il momento di presentarvi la persona pi autorevole della nostra compagnia, che ha voluto assistere in incognito agli avvenimenti di questi giorni, e soprattutto ascoltare i racconti dei tre giovani cavalieri che insieme si sono affidati all'avventura della cerca del Graal. Accanto a me vedete il vescovo della cattedrale di Chartres, che unisce all'alto magistero affidatogli dalla Chiesa una superiore conoscenza delle cose umane e divine. A lui ora cedo la parola.
Mentre cos diceva, il suo vicino si alzava in piedi e salutava cortesemente tutti i signori presenti. Poi incominci a parlare:
- Forse non occorre, signori, che io vi racconti la storia del santo Graal, la coppa in cui Giuseppe di Arimatea raccolse il sangue che sgorgava dalla ferita nel costato di nostro Signore in croce. Forse gi sapete come Giuseppe di Arimatea conservasse celata quella coppa preziosa e lasciasse con la sua famiglia la Palestina per trasferire quel cimelio in terra cristiana. Il suo scopo era di giungere a Roma dopo aver traversato il mare su una navicella. Ma una terribile tempesta ne caus il naufragio e, mentre Giuseppe con la sua famiglia si salv sulle coste di Sicilia, la coppa and smarrita con tutto il bagaglio. Molti sapienti, esperti di cose umane e divine, hanno interrogato terra e cielo per scoprire dove fosse finita la santa coppa, ma nessuno trov una risposta attendibile a quella domanda.
Qui il vescovo si interruppe e, guardando attentamente il suo uditorio, disse:
- Forse qualcuno si sta domandando da dove venga quel nome che appare tanto strano, Graal, e non sa darsi una risposta.  il latino gradalis, coppa, che pronunciato da genti d'altri linguaggi cos si  trasformato.
Il mormorio che corse tra i signori attenti alle sue parole dimostr che quella spiegazione non era stata superflua. Poi il vescovo riprese:
- Sappiate che tra i sapienti impegnati a scoprire il luogo dove si trova il Graal ce ne fu uno dotato di mezzi pi che umani, e per aver egli studiato nei libri egizi l'arte della magia praticata da quei popoli antichi, e per essere egli stesso dotato di poteri sovrumani, come la facolt di apparire e sparire a suo talento, e di fabbricare filtri e incantesimi capaci di legare la volont di uomini e donne. A suo onore deve essere detto che mai abus di quei poteri, e se ne serv talvolta a fin di bene. Ma di questa sua sapienza, capace di vedere al di l del velo delle umane cose, si serv per conoscere realt nascoste agli altri e svelare misteri che la scienza non pu svelare. Parlo - e i tre cavalieri erranti l'han certo capito - di Merlino, il grande sapiente e mago, amico e protettore di re Art.
I tre amici si guardarono tra loro sorridendo, ma tacquero per non turbare il racconto del vescovo.
- Questo grande mago scopr che il Graal non era scomparso in fondo al mare, ma al momento del naufragio, quando uomini e cose furono travolti dalle onde impetuose, avvenne un grande prodigio: un'aquila, che si era spinta dall'alto dei monti fino al centro del Mediterraneo, colse nel becco poderoso il calice lucente e lo port via con s verso il suo nido lontano. Ma al nido, che si trovava su questi monti, non giunse con la preziosa e santa preda, forse perch era troppo pesante, o forse perch cos dispose la divina volont. Giunta alla foce di quel grande fiume in cui fu sommerso il fanciullo Fetonte, quando con poche forze e poco senno volle guidare il carro del sole, l'aquila lo risal verso le sue sorgenti, sempre guidata dal serpeggiare lucente dell'acqua. Attravers una vasta pianura, super la confluenza di molti corsi d'acqua grandi e piccoli, e giunta a monte della confluenza di questo fiume che scorre qui nella valle con il grande Po, forse per stanchezza, forse perch cos era stato stabilito, apr il becco e lasci cadere il preziosissimo pegno nelle acque del fiume. L giace ancora adesso, come pot vedere lo sguardo di Merlino che trapassa le cose di questo mondo e scorge ci che sta oltre i monti o sotto le acque.
Qui il vescovo fece una pausa osservando i volti attenti dei suoi ascoltatori, i quali non avevano mai pensato che sarebbe stata raccontata una storia cos meravigliosa. Nessuno sapeva nulla del Graal n di Merlino, tranne i tre cavalieri erranti, che avevano conosciuto Merlino e da lui avevano ricevuto il compito di cercare la coppa. E questo infatti disse il vescovo della cattedrale di Chartres quando riprese il suo discorso.
- Quando il sapiente mago Merlino scopr il luogo dove giaceva la coppa di Giuseppe di Arimatea, subito me ne diede notizia, e mi disse che era sua intenzione inviare alcuni tra i cavalieri di re Art alla ricerca del Graal: avrebbe scelto tra tutti i pi coraggiosi, nobili e di animo eletto, e avrebbe dato loro alcune indicazioni sulla via da seguire. Essi avrebbero dovuto a un certo punto del loro cammino separarsi per seguire strade diverse, e affrontare soli, con il loro coraggio, la loro intelligenza e fedelt all'impresa, tutte le avventure e difficolt che avrebbero incontrato. Superate le prove si sarebbero ritrovati qui sul monte Pirchiriano. Ecco, qui vedete infatti i tre cavalieri di Art prescelti per questa impresa: Galvano, Perceval e Galaad -. E cos dicendo indicava alla compagnia riunita i tre amici che sedevano all'altro capo della tavola.
Tutti gli occhi si volsero verso di loro con ammirazione e compiacimento. Ma il vescovo della cattedrale di Chartres subito riprese:
- Il mio amico Merlino intendeva a questo punto uscire di scena e lasciare a me, quale uomo di chiesa, il dovere di giudicare quale dei tre cavalieri fosse il pi degno di riportare alla luce il Graal e fondare su di esso il regno del perfetto cristianesimo. Ma prima di passare al giudizio vorrei che a tutti fosse chiaro come dovrebbe conformarsi questo regno ideale, che non ha confronti nella storia dell'uomo. E vorrei che ai tre cavalieri non fosse nascosto quale impegno e quale sacrificio richieda un regno fondato sul sangue di Cristo. Se c' dell'ambizione nel loro animo,  bene che la scaccino: questo  il primo punto.
Qui il vescovo fece una pausa osservando il volto dei tre cavalieri, quasi a volervi leggere i loro pensieri. Poi riprese:
- Il regno del Graal dovr essere anzitutto il regno della giustizia in terra, specchio della giustizia divina che  sovrana nel regno di Dio. Questo significa che tutti devono essere considerati uguali con uguali diritti, qualunque sia la loro nascita, la loro patria, il colore della loro pelle. E tutti devono essere rispettati allo stesso modo. I pi forti non devono opprimere i pi deboli, n spogliarli dei loro averi, delle loro terre, della loro dignit. Solo quando la giustizia regni sovrana tra gli uomini, e tutti siano messi in condizione di agire liberamente, ognuno sar responsabile delle proprie azioni di fronte a Dio e agli uomini. Il compito del re del Graal  di assicurare questa giustizia a tutti - ed  un compito molto difficile. Non creda chi sar eletto a questa dignit di usare il potere che il Graal gli conferisce a scopi personali, n per arricchire s, i suoi parenti e i suoi amici, n per vendicarsi degli avversari, n per imporre volont e potere. Non creda di essere eletto per godere privilegi, sappia al contrario che dovr essere al servizio degli altri, sappia che dovr rinunciare ai desideri, ai piaceri, alla vita privata, in una parola a se stesso: egli non esister che per garantire la giustizia, e quindi il bene degli altri. Prima di passare al giudizio sui tre cavalieri, che sono giunti fin qui superando le prove loro imposte, chiedo che ognuno di loro faccia un esame di coscienza, e valuti se ha abbastanza forza e sufficiente coraggio per affrontare il compito che gli verrebbe affidato se verr prescelto.
Qui il vescovo di Chartres tacque, e su proposta del signore del castello la riunione venne interrotta perch tutti potessero riposarsi, discutere con gli amici di quanto era stato rilevato, e soprattutto perch i tre campioni del Graal si interrogassero serenamente su se stessi e sulle loro virt.
- Propongo, - disse il conte, - che ognuno prenda un po' di riposo come meglio gli piace, che poi si vada serenamente a cena, e domani, si riunisca questo consiglio, e monsignore il vescovo emetta la sua sentenza.
Tutti furono contenti di questa proposta, anche il vescovo che aveva di fronte il grande problema del giudizio sui tre cavalieri. E tutti si sparsero nel giardino a godere l'ultimo sole del pomeriggio e la piacevole frescura che veniva dal bosco. Anche i tre amici se ne andarono a passeggiare insieme, insolitamente silenziosi e pensierosi. Ognuno si chiedeva in cuor suo se avrebbe avuto forza e capacit sufficienti per affrontare un tale compito, se fosse stato prescelto. Il primo a rompere il silenzio fu Galvano:
- Sinceramente... Sapete, amici? Credevo che fosse un'avventura come le altre. Invece... Non so, non so proprio se sarei all'altezza. E poi, si tratta di rinunciare a tutto, proprio a tutto... - e gli venne in mente la gaia immagine di Fioralba, la gioia che gli dava il vederla, e ancor pi quella che sembrava promettergli... Scosse la testa: - No, no, non credo che ce la farei. E poi che prove ho superato? Un bel niente...
Si erano seduti su un sedile di pietra in un prato verde. Galvano continuava a scuotere la testa, e pareva che non volesse smettere. Gli altri due tacevano pensierosi.
- Ebbene? non dite niente? Io il mio punto di vista l'ho detto. Tu, Perceval, ti senti all'altezza? Credi che ce la faresti?
- Non so, - rispose quello, - se devo dire la verit il mio desiderio pi vivo  di ritornare in quel convento sui monti, e leggere tutti i libri di quella bellissima biblioteca.
- E io, - disse Galaad, - come farei? Non potrei pi rivedere mia madre. E gi adesso ho una gran nostalgia di quel suo regno silenzioso, protetto dall'acqua.

10.

Il giudizio
- Non vi ho ancora detto, - riprese il vescovo di Chartres il giorno dopo, di fronte alla corte riunita, - dove riposa il santo Graal: riposa sul fondo del Po, un poco a monte del luogo in cui questo fiume, che vediamo scorrere nella valle, laggi, la Dora dei Ripuari, confluisce nel Po stesso. Riposa nel luogo dove, non molto discosto dal fiume, sorge un'antica citt romana, l'Augusta dei Taurini, che ancora mantiene forma e dimensioni di accampamento romano, ma  destinata a diventare una grande citt. Ecco, questa  l'ultima informazione che dovevo dare a colui che si riterr degno di divenire signore del Graal.
Qui il vescovo tacque e fiss lo sguardo sui tre cavalieri che sedevano a capo della tavola, i quali parevano colpiti da qualcosa che il vecchio sacerdote aveva detto, ma non osavano parlare. Finalmente Galvano ebbe l'ardire di chiedere:
- Scusatemi, monsignore, ma credo di aver udito che avete detto colui che si riterr degno. Ho forse udito male?
- Avete udito benissimo, ser Galvano. Infatti non sar io a giudicare chi di voi tre debba divenire signore del Graal, ma il giudizio verr dalla coscienza vostra. Avete superato le prove imposte, e attraverso di esse avete preso conoscenza di voi stessi, delle vostre capacit e delle vostre aspirazioni. Io vi ho detto quali sono i compiti che attendono il signore a cui il Graal attribuir il potere consacrato di governare gli altri. Ribadisco che sono compiti impegnativi, spesso ingrati, e che richiedono molte rinunce e sacrifici. Voi soli, ciascuno per s, pu sapere se  in grado di assumersi questo impegno. Io posso solo, per facilitarvi una decisione che sarebbe irrevocabile, dirvi quello che io ho capito di ciascuno di voi mentre, in incognito, ascoltavo i vostri racconti.
Fece una pausa, fiss lo sguardo su Galvano, e prosegu:
- Comincer da voi, ser Galvano, che siete stato il primo a giungere all'appuntamento, e mi avete persino preceduto: ma tutto quello che avete raccontato alla corte prima del mio arrivo mi  perfettamente noto, e ho potuto farmi una idea della vostra personalit. Voi siete un perfetto cavaliere, forte, leale e audace, vero modello per chi voglia seguir cavalleria. Sapete vivere nel mondo e usare galanteria nella misura in cui un principe pu usarla. Nelle cose terrene vi destreggiate abilmente, riuscite simpatico e la vostra presenza desta gioia e piacere di vivere. Amate il vostro prossimo nella giusta misura, come voi stesso, cos come Cristo comanda, e le donne un pochino di pi: ci fa parte della vostra indole generosa. Sarete un buon signore per le vostre genti, un buon principe se avrete un regno. Amate molto la vita. Siete disposto a rinunciare alla vostra dimensione umana per raggiungere una perfezione assoluta e con quella governare il regno del Graal, che  regno della perfezione? Riflettete bene e, se volete, prendete tempo prima di rispondere.
- Monsignore, - rispose Galvano, - io ho gi riflettuto,  da qualche giorno che rifletto. L'esperienza di questa avventura, il mio comportamento nelle varie vicende in cui mi sono trovato, mi hanno dimostrato che il mio temperamento  troppo legato alla terra, che sono fatto per vivere nel mondo, goderne le gioie, e farne parte agli altri. Non a me, ne sono certo, spetta l'onore del Graal, e della perfezione assoluta che lo accompagna.
- Galvano, - rispose il vescovo sorridendo, - le vostre parole rivelano che siete anche saggio: avete scelto giustamente, sarete un buon signore e vi auguro molte gioie nella vita, perch sono sicuro che darete agli altri molta gioia.
Nessuno dei signori seduti a consesso lo ud, ma da dietro una pesante tenda venne un sospiro, un forte sospiro di sollievo; era Fioralba che, non vista da nessuno, spiava quello che si diceva nella sala, e attendeva con ansia la risposta di Galvano. Quando l'ebbe udita si rialz dalla posizione scomoda a cui era stata costretta per abbassare la testa al livello della fessura, si rassett le vesti e con un sorriso di compiacimento si disse:
- Fioralba, ora tocca a te, - e se ne and prima che qualcuno la scoprisse a origliare a quella porta, cosa che sapeva benissimo che non si deve fare mai, e in quella circostanza sarebbe stata pi che una sconvenienza, una vera colpa.
- Ma non potevo aspettare che tutto fosse finito per conoscere il verdetto, - si disse a titolo di giustificazione, - e sapere se in Galvano dovevo vedere una specie di santo oppure l'uomo che mi piace.
Intanto all'interno della sala il vescovo riprendeva il suo discorso:
- Ser Perceval, ora tocca a voi. La vostra storia ho udito parte da voi, parte da chi mi ha riferito il racconto di Galvano. La vostra esperienza attinge al soprannaturale. Mentre Galvano si  conquistato la spada lottando contro un altro cavaliere, voi l'avete ricevuta da forze superiori a quelle umane, che vi hanno concesso di attraversare indenne il fuoco che cinge la pietra, spegnerlo col solo tocco della vostra mano, e svellere la spada dalla roccia non con le vostre forze, ma perch cos era stato stabilito altrove. E voi avete capito qual segno di elezione fosse quella magia di cui foste partecipe. Infatti da quel momento, come disse il vostro amico Galvano, avete cambiato carattere, siete diventato taciturno e pensieroso. Voi riflettevate su quello che vi attendeva se foste stato eletto al regno di Graal. Da quel momento avete perso interesse alle cose terrene e avete cercato la compagnia di un eremita, vi siete sottoposto a digiuni e penitenze, avete scoperto che sareste stato felice nella ricca biblioteca di un convento come quello della Novalesa. Io non so in che misura foste attratto dalle donne prima dell'avventura della spada, ma so che dopo le avete fuggite. Ma attenzione Perceval, il regno del Graal impone la perfezione ma impone anche di governare con quella perfezione gli uomini e di essere loro amico. Vi sentite in grado di accettare questo impegno? Non vi chiedo di rispondere subito. Volete pensarci?
- S, - disse Perceval, - e ve ne ringrazio. Dar la mia risposta questa sera.
- E voi, giovane Galaad? La vostra storia ho udito per intero dalla vostra stessa voce, ed  una storia singolare. Come l'eroe Achille siete nato da una ninfa delle acque, ma di Achille non avete la ferocia guerriera, la forza titanica, la mancanza di misura nell'odio e nell'amore. Il vostro animo  misurato, incline agli affetti, ai sentimenti familiari di cui avete sofferto l'assenza nella vostra infanzia. La vostra mente  riflessiva e mite; bench abbiate dato anche voi prova di essere buon guerriero, rifuggite la guerra e amate la pace. Queste sono tutte virt apprezzabili in un principe. Sono, anzi, le migliori virt per un principe. Anche per voi  segno di elezione la magia che ha accompagnato la vostra avventura e l'acquisto della spada, consegnatavi dalle mani di vostra madre, perch a voi era destinata. Inoltre siete molto giovane, e molto potete ancora apprendere dalla vita: potrete imparare ad affrontare gli uomini e a comandarli, perch questo deve sapere fare un principe, anche se  pacifico e mite nell'animo. Ma per ora questa esperienza vi  ancora sconosciuta. Questo  l'unico dubbio che mi rimane sulla vostra vocazione. Per il resto so che sarete capace di rinunciare a voi stesso per compiere la missione che  legata al possesso del Graal. Anche a voi lascio tempo per riflettere, il tempo che vi occorre.
Anche Galaad ringrazi il vescovo per avergli consentito di non dare immediatamente una risposta. Quando si alz in piedi per porgere il suo ringraziamento, parve che in quel consesso grave e solenne si accendesse una luce, tanto luminosa era la figura di Galaad. Anche i suoi compagni lo guardarono stupiti: avevano l'impressione che in lui la natura spirituale prevalesse sulla natura umana.
La riunione si sciolse e tutti se ne andarono per le loro faccende. I tre amici si ritrovarono insieme a passeggiare nel giardino, ognuno immerso nei propri pensieri.
- Vi invidio, Galvano, - disse a un tratto Perceval, - perch voi avete gi presa la vostra decisione, e ora avete il cuore tranquillo.
- Io devo confessare, - rispose Galvano, - che non ho mai pensato veramente di essere eletto al regno del Graal. E quando mi conquistai la mia spada togliendola al guardiano del conte Urgan, in modo molto semplice e naturale, vincendolo nella lotta, mi fu chiaro che non io ero eletto a quel compito, che richiede l'aiuto di forze soprannaturali. E poi amo troppo la vita, la dolcezza dei giorni di primavera, le cavalcate, le cacce nei boschi, amo innamorarmi delle donne, tant' che credo proprio di essere ora innamoratissimo.
Perceval lo guard con un pallido sorriso e disse:
- S, lo so che siete innamorato, e so anche di chi. Forse vi invidio. Ma per il fatto di non provare grande attrazione per queste cose, non credo di essere adatto al compito che il Graal impone. La mia pi grande aspirazione  di vivere fuori del mondo, tra i libri che amo, nel silenzio, perch no, di un chiostro. Avventure, cavalleria, battaglie, per me han gi fatto il loro tempo. Forse sono stato eletto, ma ad altro. Non al regno della perfezione. Questa sera dichiarer la mia insufficienza al compito che mi si propone.
Galaad taceva coi grandi occhi chiari persi nel cielo. Galvano lo urt dolcemente con un gomito.
- E voi, Galaad, che risposta darete?
- Dichiarer anch'io la mia rinuncia. Non sono attratto dalla vita di studio e di preghiera come Perceval, ma nemmeno dalle battaglie che occorre fare per governare gli uomini. Torner nel regno di mia madre, dove i sogni sono pi reali delle vicende terrene, e i suoni delle acque in movimento superano la musica del pi dolce strumento terrestre.

Conclusione.
Quella sera stessa il vescovo di Chartres ricevette la rinuncia di Perceval e di Galaad al regno del Graal.
- Sapevo, - disse, - che, come tutti quelli che conoscono se stessi, non vi sareste giudicati in grado di assolvere quel difficile compito, e io vi lodo per la vostra saggezza e la mancanza di presunzione. In realt nessun uomo pu presumere di raggiungere la perfezione che richiede un potere fondato su un principio divino.  giusto che il Graal rimanga nel fondo del fiume dove cadde pi di mille anni or sono, e nessun uomo vi metta mano per arrogarsi il diritto di governare in nome di Dio. Ora amici voglio prendere commiato da voi per tornare alla mia cattedrale, da cui manco gi da troppi giorni. Ma non vedo il giovane Galvano. Qualcuno sa dirmi dove posso trovarlo? Mi dispiacerebbe molto non poterlo salutare prima di partire...
Tutti i presenti allora si sparsero per il castello e per il giardino alla ricerca di Galvano, le sale e i viali si riempirono di richiami e tutti si chiedevano dove potesse essersi cacciato. Anche un'altra persona era sparita, ma in quel momento nessuno pensava a lei.
Il vescovo non poteva fermarsi pi a lungo, doveva riprendere il viaggio verso Chartres, e il conte con il suo seguito l'avrebbe accompagnato. Presero congedo dalla contessa, e in quel momento tutti si accorsero che era sparita anche Fioralba. La contessa si scus, si strinse nelle spalle di fronte allo sguardo inquisitore del marito, e i partenti si avviarono per il sentiero che, superato il ponticello, portava nel bosco.
- Mi spiace, - stava dicendo il vescovo, - di non aver potuto salutare il cavalier Galvano.  un simpatico giovane e lo ritengo anche un ottimo principe, pur se non adatto al Graal.
- Non lo giudicate un po' troppo vivace, monsignore? un po' troppo svelto con le donne, voglio dire?
Il vescovo rise:
- Forse s. Ma vedrete che quando avr trovato la donna giusta, quella che sapr mettergli le briglie... Ma chi c' laggi, sul ponte?
Sul ponte erano apparsi Galvano e Fioralba. Venivano dal bosco e avevano raccolto rami di lill, tanti che ognuno dei due ne portava un fascio che reggeva a stento. Il vescovo e il conte si guardarono:
- Signor conte, - disse il vescovo, - credo che l'abbia gi trovata.
...
.
...
FINE.